
«Non abbiate paura!» è l'ingiunzione preferita con cui Giovanni Paolo II si rivolge ai popoli del mondo. «Non abbiate paura!». E coloro i quali ebbero il privilegio di partecipare al Secondo concilio vaticano negli anni 1961–1965 (compresa la sessione preparatoria), non dimenticheranno mai l'ingiunzione di Papa Giovanni XXIII ad allontanarsi dai «profeti dell'oscurità».
È in questo spirito che vorrei sottolineare la formidabile raccolta rerum novarum, che passa sotto il termine di «globalizzazione». È facile avanzare con semplicità la mia tesi, ma è difficile articolarla in modo soddifacente in uno spazio piuttosto breve. La mia tesi è la seguente: questo è il momento più propizio per la credibilità dei principi fondamentali del pensiero sociale cattolico, mentre è il periodo peggiore per la credibilità di quelle tematiche descritte come «neo-liberali» nella Ecclesia in America.
Intendo scomporre la mia tesi in cinque parti: materialismo o, piuttosto, la prevalenza dello spirito; solidarietà; soggettività della società (ovvero libertà, iniziativa e creatività dell'essere umano); sussidiarietà; e rottura delle catene della povertà. Molti noteranno che ognuno di questi termini svolge un ruolo fondamentale nella Centesimus Annus di Papa Giovanni Paolo II, un capolavoro del pensiero sociale cattolico.
Materialismo
Il Sinodo d'America descrisse i «neo-liberali» come dei materialisti interessati esclusivamente ai processi di mercato, ai profitti, all'efficienza; a discapito dello spirito umano, dei valori umani, dei diritti umani.
Nella attuale new economy, tuttavia, risulta molto difficile essere materialisti. Prendete ad esempio il vostro ultimo acquisto di un dischetto nuovo, o di un programma nuovo per il vostro computer. Lo potete tenere in una mano, ricordando che lo avete pagato 400.000 lire. Ma quanto materiale state effettivamente tenendo in mano? Della plastica per un valore di poche centinaia di lire. Ciò che avete effettivamente pagato è quasi esclusivamente un prodotto mentale, è il frutto dello spirito umano, è informazione incorporata in un progetto creato dall'intelligenza umana.
Tutt'intorno a noi notiamo testimonianze di come la rivoluzione meccanica sia stata sostituita dalla rivoluzione elettronica. Tutt'intorno a noi la materia conta sempre meno, mentre l'intelligenza (o lo spirito) sempre di più. Persino i fisici nucleari hanno sviluppato un concetto talmente nuovo di «materia», che l'antico gap che esisteva fra «spirito» e «materia» sembra ormai un concetto lontano come il calesse condotto dal cavallo. La materia apparentemente solida di cui sono composti gli oggetti viene scomposta in minuscole particelle, in atomi, in neutroni, in quark, che svaniscono sotto forma di unità impercettibili di energia o luce, raffinate quasi quanto ciò che un tempo era immaginato come «spirito».
Come spiega Giovanni Paolo II, si era soliti in passato spiegare la causa del benessere in termini largamente materiali: un tempo, la maggiore fonte di benessere era la terra. In un secondo tempo, principalmente secondo il pensiero marxista, era il capitale, concepito sotto forma di grandi investimenti in industrie e in enormi macchinari. Ai tempi nostri, invece, gli economisti affermano che la causa principale del benessere dei Paesi non è affatto materiale; essa risiede bensì nella conoscenza, nella capacità, nel know-how – in breve, in quelle azioni che portano alla scoperta, all'invenzione, all'organizzazione e alla previsione in tutto ciò che oggi gli economisti descrivono come «capitale umano», che ha sede nello spirito umano ed è generato dalle attività spirituali dell'apprendimento, della formazione e dell'allenamento. Del capitale umano fanno anche parte quelle attitudini morali, come il duro lavoro, la capacità di cooperare, l'affidabilità sociale, l'agilità, l'onestà; e abitudini sociali come il rispetto per la legge. Il fattore che più di ogni altro avvantaggia i Paesi ricchi è l'investimento che questi fanno nel capitale umano e nel suo sviluppo. La maggiore risorsa di una nazione, affermano gli economisti, è la sua popolazione.
Guardiamo la questione sotto un'altra luce: non sono le risorse materiali ad arricchire una nazione. Alcuni fra i Paesi più ricchi di risorse naturali sono fra i più poveri al mondo. Alcuni fra i Paesi che virtualmente non hanno risorse naturali, sono fra i più ricchi. Al giorno d'oggi non possiamo dunque affermare che la causa della ricchezza sia materiale.
In questi tempi i materialisti stanno perciò conoscendo dei momenti duri su tutti i fronti. Tutto ciò che viene dalla fisica e da altre scienze, persino dall'economia, sembra giocare a sfavore delle loro tesi. D'altro canto, nessun principio sta alla base del pensiero sociale cattolico come il primato dello spirito. Ovunque, oggi, quel principio sembra trovare una giustificazione: nelle terapie per curare malattie mentali e fisiche, per superare l'abuso di droghe e alcool, nell'abbandonare una vita dedicata al crimine, nell'educazione morale, nello sviluppo economico, nell'alimentare fra la gente il rispetto per la legge e per lo spirito civico, nell'incoraggiare le persone ad agire con impeccabile onestà anche quando non c'è nessuno che guarda, e nel generare fiducia nel futuro anche di fronte a grandi ostacoli. Ricerche empiriche sembrano confermare la prevalenza dello spirito, demolendo completamente la visione materialistica del comportamento umano.
Solidarietà
Quando Leone XIII descrisse nella Rerum Novarum (1891) i cambiamenti tumultuosi che si stavano verificando all'interno di quella Europa premoderna che era agraria e feudale, avvertì fra la popolazione cristiana, soprattutto fra i laici, la necessità di un nuovo tipo di virtù (una affidabile abitudine dell'anima) che egli si chiese se definire giustizia o carità, giustizia sociale o carità sociale. Cento anni dopo, con la Centesimus Annus (1991), Giovanni Paolo II ha messo a fuoco quella nascente intuizione in un unico termine: solidarietà. Con questo termine egli non intende la grande unione dei lavoratori polacchi che così tanto contribuì a sconfiggere il comunismo – sebbene non vi siano dubbi che la fama mondiale del termine Solidarnosc abbia aggiunto delle utili connotazioni alle sue intenzioni – ma piuttosto quella speciale virtù della carità sociale che rende ogni individuo conscio di appartenere a tutta la razza umana, di essere fratello e sorella di ciascun altro, di vivere in communio con tutti gli altri esseri umani in Dio. Solidarietà è un altro modo per dire globalizzazione, sebbene nella dimensione di interiorità pubblica e responsabilità personale. Con il termine solidarietà non si intende una tendenza spersonalizzata a perdere se stessi in una mentalità conformista, a scomparire all'interno della collettività. La solidarietà è l'esatto contrario di ciò che i socialisti indicavano con il termine collettivizzazione, poiché punta contemporaneamente alla responsabilità personale, all'iniziativa dell'essere umano e alla comunione con gli altri. Ebbene, in questi tempi di «globalizzazione», anche quando la «nuova cosa» è descritta in termini prettamente economici, è praticamente impossibile per ciascun essere umano intelligente immaginar se stesso come un individuo privo di vincoli, distaccato, solitario e senza legami con gli altri individui.
La maggior parte dei tentativi fatti per definire la globalizzazione sono falliti. La globalizzazione non è semplicemente una radicale riduzione dei costi di circolazione e comunicazione. Nemmeno è il restringimento di una precedente ampia realtà di nazioni distanti e remote in un unico piccolo «villaggio», collegato da comunicazioni istantanee. E neppure essa è costituita dalle energie centripete di un singolo mercato globale interconnesso grazie a Internet, al satellite, ai telefoni cellulari e alla televisione. La globalizzazione non è l'aumento geometrico dell'«investimento estero diretto» (foreign direct investment – Fdi) e del commercio oltre confine. Malgrado la globalizzazione oggi sia naturalmente tutte queste cose, essa ha anche una dimensione interiore. La globalizzazione economica ha modificato il modo in cui gli individui si rapportano a se stessi e il loro modo di pensare.
Thomas Friedman, per esempio, racconta di un suo amico giordano, un giornalista politico, che gli comunica con soddisfazione che Amman è stata inclusa nelle previsioni del tempo e nelle informazioni metereologiche della Cnn, perché questo significa che la Giordania adesso esiste in un modo che prima non le era riconosciuto. In seguito, un uomo d'affari israeliano spiega a Friedman che lui e i suoi soci non pensano più prima alle condizioni economiche locali e a quello che queste produrranno, quindi alle conseguenti possibilità di esportazione. Piuttosto, adesso si ritrovano immediatamente a pensare all'intero pianeta, e a ciò che saranno in grado di esportare, e solo in seguito pensano a come produrlo. Siamo diventate delle persone diverse, spiega l'uomo, pensiamo in un modo diverso, in un modo planetario, globale.
Non è forse questo un passo importante verso la realtà della solidarietà? Non sono gli esseri umani delle creature planetarie, fratelli e sorelle gli uni con gli altri, membri di un unico stesso corpo, ogni parte del quale serve ogni altra parte? Questi sono i tempi migliori per coloro che sono impegnati nella solidarietà, mentre sono dei tempi duri per coloro che guardano a se stessi come a individui solitari – una visione che va stretta come un paio di scarpe troppo piccole.
Se un cattolico non si sente a suo agio in un periodo di globalizzazione, cosa porta a fare il nome «cattolico», che è, esso stesso, sinonimo di globale? (L'imperativo verso la globalizzazione risale all'invito ad «Andare e predicare il vangelo a tutte le nazioni», che determinò l'allontanamento del cristianesimo dall'essere la religione di una singola tribù o di un unico popolo, e comandò a esso di considerare la razza umana come un solo popolo di Dio.) La globalizzazione è l'ecologia naturale della fede cattolica.
La soggettività della società
Il tema della soggettività in Papa Giovanni Paolo II è stato molto trascurato nelle esposizioni convenzionali del pensiero sociale cattolico. Questo tema nasce dalle riflessioni del papa su cosa rende una persona diversa da un gatto o da un cane o da qualsiasi altra creatura in natura; e deriva dall'insoddisfazione del giovane Wojtyla per tutti i discorsi vaghi sulla «persona umana». Che cosa è una persona umana? E come potreste spiegare tale concetto a un marxista, quindi a un materialista, che considera gli esseri umani come semplici parti di un sistema sociale? A chi pensa che gli individui umani siano membri di una collettività, come pecore in un gregge, o api in uno sciame o animali in una fattoria? I marxisti, secondo Wojtyla, riducono gli esseri umani alle loro relazioni sociali. Questo è il punto in cui Wojtyla ritiene che la fenomenologia aggiunge una nuova dimensione al tomismo, una dimensione di interiorità e di analisi psicologica che è più vicina alla realtà vissuta.
Per argomentare brevemente questa tesi, chiunque abbia un animale in casa sa che gli animali si comportano; non possono fare altro se non seguire le leggi della loro natura. I nostri figli, tuttavia, non sempre si «comportano», essi immaginano nuove prospettive per se stessi, inventano nuovi progetti e nuove traiettorie per il loro sviluppo personale. In parte inventano se stessi. A lungo andare, essi devono diventare progettatori della loro identità, responsabili della scelta di ciò che diventeranno. In breve, i figli devono imparare a riflettere, a deliberare, a scegliere, a prendere iniziative, ad accrescere la responsabilità delle loro azioni. Diversamente dagli altri animali, essi possono scegliere anche di non rispettare le leggi della loro natura.
In sintesi, mentre gli altri animali si comportano, le persone umane agiscono. La persona umana è una persona agente. L'azione ha origine dalla vita interiore, dalla percezione, dalla riflessione e dagli atti di decisione che solo le persone possono realizzare, gli atti che gli umani hanno in comune (in modo analogo) con gli angeli e con Dio, ma con nessuna altra creatura. Giovanni Paolo II cominciò a usare questa struttura concettuale nella sua prima enciclica, Laborem Exercens (1981), e la riprese in Sollicitudo Rei Socialis (1988), quando contrastò quella visione secondo cui l'uomo era un ingranaggio di una macchina, parte di una collettività, sostenendo l'indubbio «diritto dell'iniziativa economica privata». Quando scrisse la Centesimus Annus, il papa arrivò a distinguere fra «la soggettività della società» e la «soggettività dell'individuo», cancellate entrambe dal «socialismo reale». Successivamente il suo pensiero si è concentrato sull'idea secondo cui le capacità creative dell'essere umano sono la causa del benessere dei Paesi, e la forma di capitale più importante dal punto di vista economico. Questo concetto ha dato la possibilità al Santo Padre di discutere della solidarietà in termini di responsabilità personale e di iniziativa. Conseguentemente, il concetto di solidarietà gli ha permesso di parlare del soggetto individuale in termini di communio universale. Senza l'integrità del soggetto umano, non esiste alcuna comunione genuina. Senza comunione non c'è soggetto umano integro. Senza solidarietà, la soggettività degenera in libero individualismo. Senza soggettività, la solidarietà degenera in molle e insensato collettivismo. Il tempo in cui viviamo è il migliore per poter afferrare la complementarietà di questi due strumenti concettuali, in un modo che era sconosciuto alle precedenti generazioni nella sua ampiezza e nella sua chiarezza. Nel corso della nostra vita abbiamo fatto l'esperienza degli eccessi sia del collettivismo che dell'individualismo; abbiamo vissuto attraverso i fallimenti del materialismo sia sociale che liberale. Per contrasto, la singolare determinazione e le iniziative coraggiose di Giovanni Paolo II, il quale agisce come un pastore universale e come pellegrino del mondo, sono per noi esempi lampanti dell'ampiezza della solidarietà e della soggettività concentrate in una singola persona. In ogni luogo egli riunisce intorno a sé il collegio locale di vescovi e la gente – che a volte, quasi a rappresentare il popolo intero, si riunisce a milioni. La sua determinazione e il suo coraggio hanno cristallizzato di fronte ai nostri occhi una rappresentazione liturgica del concetto che egli articola analiticamente nelle sue encicliche. Quello che egli scrive, lo mette anche in atto. In più di un senso, egli ha dimostrato di essere un drammaturgo. Ci ha mostrato una persona che agisce sia in una solitudine interiore sia in una solidarietà mondiale.
Sussidiarietà
Contemporaneamente alla grandiosa espansione della globalizzazione economica e giuridica si è verificata una potente richiesta di autonomia locale e di un ruolo più importante delle istituzioni e delle associazioni di mediazione. In altre parole, sia dall'esterno che dall'interno lo Stato-nazione riceve grandi pressioni. Tali pressioni sono fra le più acute poiché, sin dai tempi di Hegel, si è ritenuto che lo Stato-nazione fosse la mitica incarnazione del Geist, dello spirito di un popolo. Si può leggere la storia di questi ultimi due secoli come l'attuazione del mito dello Stato-nazione, che si preoccupa del suo popolo allo stesso modo in cui le bambinaie si preoccupano dei bambini, infondendo loro sicurezza e serenità. Da Lenin a Hitler, da Mussolini a Peron, da Mao-Tse Tung a Castro, da Kim Il Sung a Gheddafi, tutti i dittatori hanno amato questo mito. Hanno dato un ritratto di loro stessi come personificazione della volontà popolare. Le diverse forme di socialismo, di socialdemocrazia, e lo stesso Welfare liberale hanno tutti fatto riferimento a questo stesso modello mitico. Il ventesimo secolo è stato per lo più caratterizzato dalla storia dello Stato-nazione, a discapito di qualsiasi altra istituzione – la famiglia, la Chiesa, le istituzioni intermedie. Lo Stato-nazione ha dimostrato, però, di essere inadeguato, malgrado si vantasse di non esserlo. Ha promesso troppo, e realizzato poco. E oggi le grandi pressioni interne ed esterne lo stanno minando.
Lo stesso pensiero sociale cattolico ha investito una grande quantità delle sue energie concettuali in una teoria dello Stato, specialmente dello Stato sociale, che non si è però dimostrata attendibile. È necessario un sollecito ripensamento di massa. La necessità di questo ripensamento risulta ovvia nella dimensione internazionale. Tuttavia, gran parte del ripensamento deve rispettare la dimensione intra-nazionale, la vitalità delle istituzioni più piccole all'interno di Paesi che sono stati compressi e repressi dai Paesi più attivi nel corso dell'ultimo secolo. Intere regioni, etnie, città, circoscrizioni, Paesi sono stati abbandonati. Tuttavia oggi molte forze locali diverse si stanno muovendo e sorgendo a nuova vita.
La difesa dell'associazionismo civico da parte della Chiesa risale al pontificato di Innocenzo IV, il quale si batté per la difesa di «corporazioni» come le città, i vescovadi, le gilde, tutte realtà indipendenti dallo Stato; e dell'attività di ordini come quello dei Domenicani di Tommaso d'Aquino, e come il nuovo ordine dei Francescani. La dottrina cattolica della «sussidiarietà», inoltre, sembra aver avuto una forte spinta dagli esperimenti di confederazione e federalismo, rispettivamente della Svizzera e degli Stati Uniti. Abramo Lincoln formulò tale teoria in modo sintetico molto prima di Leone XIII o Pio XI. Lord Acton identificò il federalismo – che è una forma di sussidiarietà – come una delle maggiori conquiste nella storia della libertà.
La giustificazione di base della sussidiarietà è epistemica. Le decisioni prese più vicino alla vera struttura della realtà e agli interessi immediati di coloro che prendono le decisioni riescono probabilmente a manifestare un grado superiore di intelligenza pratica, per non dire saggezza, piuttosto che le decisioni prese a una distanza superiore. La saggezza pratica richiede una conoscenza pratica e sperimentale, il tipo di conoscenza che Jacques Maritain identificava come «conoscenza per connaturalità», un tipo di conoscenza per «seconda natura». La stessa Chiesa cattolica, in quanto corpo universale la cui vita quotidiana è intimamente concreta e immediata, immersa nelle culture e lingue locali, rappresenta in senso storico il principio della sussidiarietà. Papa Giovanni Paolo II bacia la terra di ogni luogo in cui si reca. I luoghi sono, per così dire, quasi dei sacramenti – come lo è la Terra Santa della Bibbia. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù non è astratto, ma identificato con una storia concreta e insieme universale, e Creatore di tutte le cose. I vescovi sono la personificazione della saggezza pratica per le Chiese che rappresentano, anche se queste sono giustamente gelose della loro comunione con Pietro e con tutte le altre chiese locali.
A ogni modo, non mi sovviene altro periodo nella storia in cui le allusioni alla dottrina della sussidiarietà siano diventate così popolari al di fuori della cerchia teologica, facendo parte dei discorsi quotidiani dei pensatori e anche della gente comune. Questo è dunque un buon periodo per il principio di sussidiarietà.
Rompere le catene della povertà
Detto tutto ciò, occorre ricordare a noi stessi il compito principale che noi abbiamo di fronte: quello di organizzare le nostre istituzioni al fine di far uscire tutti i poveri dal loro stato di povertà. Nel corso degli ultimi 150 anni, nelle Americhe, abbiamo compiuto grandi passi in questa direzione. Nel 1850, circa 350 bambini su 1000 morivano entro il loro primo anno di età. Le cattive condizioni e abitudini igieniche e sanitarie, l'ignoranza dell'esistenza di germi e virus e la mancanza di vaccini e medicine hanno provocato morti così premature che l'età media di morte in questo intero emisfero, come in tutto il mondo, era di circa 20 anni. Al giorno d'oggi la mortalità infantile si è ridotta a 20 bambini su 1000. Molte malattie, un tempo mortali, sono state cancellate o ridotte drasticamente. Nei Paesi più sviluppati, l'età media di mortalità è salita da 24 anni a 78. Persino nelle regioni più povere delle Americhe l'età media di mortalità è quasi triplicata dal 1850, fino a quasi 61 anni. Questo miglioramento, secondo gli economisti, è il più radicale nella storia dell'umanità in assoluto.
Un grafico sulla mortalità media in Francia e Cina indica una linea quasi dritta al di sotto dei 20 anni che parte da almeno il 6000 a. C. fino il 1910. La linea sale dritta sino agli anni Settanta. Perché la popolazione mondiale è aumentata in modo così tumultuoso nell'ultimo secolo? Il primo motivo è la potente riduzione della mortalità infantile, e conseguentemente quaranta o cinquant'anni sono stati aggiunti alla durata media della vita. Ciò non significa anche che stanno nascendo più figli per ogni madre. Al contrario, le donne stanno avendo sempre meno figli oggi. Il fatto è che i bambini, una volta nati, vivono più a lungo. Questo rappresenta una grande vittoria sulla povertà, una vittoria che nemmeno i re e le regine del passato riuscirono a raggiungere.
Ciononostante, malgrado all'incirca tre quarti della popolazione del nostro emisfero sia sfuggita dalla povertà estrema e da un livello di pura sopravvivenza, ancora quasi 78 milioni di persone vivono con un reddito inferiore a 1 dollaro al giorno, mentre 182 milioni vivono con meno di 2 dollari al giorno. Benché sia aumentata la loro longevità, le loro condizioni di vita sono ancora inconcepibilmente dure. Si conosce già abbastanza su come creare nuovo benessere in modo sistematico – molte nazioni hanno condotto la loro popolazione fuori da una povertà drammatica allo stesso modo nel corso degli ultimi 50 anni – per poter capire quanto la povertà di queste 182 milioni di persone sia inadeguata, anzi scandalosa. Tale da farci provare vergogna. Occorre determinazione per cambiare la loro situazione.
Il nostro obiettivo deve essere eliminare questa ultima sacca di povertà in questo emisfero nel corso delle prossime due generazioni, diciamo entro l'anno 2040. Siamo consci del fatto che il capitale umano è la forma di capitale più importante. Quindi, l'istruzione è la forma principale dello sviluppo economico, la conditio sine qua non. La buona notizia è che l'alfabetizzazione fra gli adulti è salita dal 48% del 1970 al 72% del 1997, e questo è un ottimo risultato in meno di 30 anni. Nei prossimi 20 anni, dovremmo portare questa cifra a oltre il 90%. Niente può contribuire meglio a ridurre la povertà di questo aumento di capitale umano.
Tuttavia, alla istruzione deve essere aggiunta anche la creazione di posti di lavoro. Non possono esserci lavoratori se non ci sono nuovi datori di lavoro, ovvero nuove imprese. La creazione di un clima sociale, di un sistema giuridico, di finanziamenti favorevoli alla nascita di tante nuove piccole imprese è una questione urgente per la liberazione dei poveri. La formazione di attività economiche dipende dalla pratica della creatività e del desiderio di servire il prossimo con onestà e attività utili, che il Creatore ha infuso in ogni donna e uomo.
Fino a oggi, i teologi e i vescovi non hanno dovuto troppo impegnare il loro pensiero sulle materie economiche. Se devono farlo oggi, è per il bene dei poveri. Piuttosto che dare pane ai poveri, è meglio insegnare loro a costruire forni e altre attività, attraverso le quali possono rendersi utili ad altri, provvedendo al mantenimento delle loro famiglie in modo indipendente, onorevole, e fiero. Non vi è altro modo, pratico e sistematico, per condurre i poveri verso lo sviluppo. Attraverso questo lavoro, coloro che sono stati poveri, come gli altri, mostreranno attraverso le loro vite la prevalenza dello spirito, della solidarietà, della soggettività della società e della sussidiarietà. E vivranno appieno la loro vocazione come cristiani laici, come cittadini responsabili in società libere e prospere. Così porteranno davanti all'altare del Signore «il pane dato dalla terra e fatto dalle mani».
articolo apparso su Fondazione liberal (n° 1 giugno-luglio 2000)
Michael Novak