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La liberazione del sapere

Supplemento al numero 5 di Fl
di Dario Antiseri

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spec_cop2I fondamenti teorici della libertà di insegnamento sono il principio di sussidiarietà e il principio della competizione. Il principio di sussidiarietà costituisce, nei confronti dello statalismo, la più solida difesa della libertà e responsabilità degli individui e delle famiglie e insieme dell'autonomia dei corpi intermedi. È nella Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI che troviamo - al paragrafo 80 - una formulazione esplicita di quel «principio importantissimo» della vita sociale che è il grande principio liberale di sussidiarietà.
Siffatto principio è stato successivamente ripreso e riconsiderato in encicliche papali e altri documenti ufficiali; e si è configurato come un cardine del pensiero sociale della Chiesa cattolica. Principio di sussidiarietà è esattamente il titolo del paragrafo 48 della Pacem in Terris (1963) di Giovanni XXIII, il quale ne estende il valore alla comunità internazionale. Del 1991 è la grande Enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Nel paragrafo 15 (b) si afferma che lo Stato deve intervenire secondo il principio di sussidiarietà e di solidarietà. Secondo il principio di solidarietà «ponendo a difesa del più debole alcuni limiti dell'autonomia delle parti, che decidono le condizioni di lavoro, e assicurando in ogni caso un minimo vitale al lavoratore disoccupato». Secondo il principio di sussidiarietà, stando alla quale «una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune». Ed è esattamente in base a questo principio che lo Stato deve salvaguardare - e dove necessario aiutare - le iniziative della comunità intermedia - e tra queste iniziative, nevralgica, è la scuola libera. Il soffocamento e l'annientamento dei corpi intermedi è il sogno di ogni totalitario.
Interconnesso con il principio di sussidiarietà è il principio di competizione. Come, tra altri, ha insegnato Karl Popper, la scienza avanza attraverso la più scarsa competizione tra idee; progredisce da problemi a problemi sempre più profondi sulla strada delle congetture e delle confutazioni. D'altra parte, il metodo scientifico trova nelle regole della democrazia il suo analogo nella vita sociale. Anche la democrazia è una competizione tra progetti politici, tra proposte di soluzione di problemi. E la libera economia è competizione di merci e servizi sul mercato. È il principio della competizione, dunque, a costituire l'anima della scienza, della democrazia e dell'economia di mercato. La competizione è la più alta forma di collaborazione. Competizione da cum-petere che significa: cercare insieme, in modo agonistico, la soluzione migliore. La questione è quindi come introdurre la logica di mercato nel sistema scolastico, fermo restando che ci sono due vincoli da rispettare: l'obbligatorietà e la gratuità dell'istruzione.
Sulle ragioni di tali vincoli, è bene seguire ciò che ha scritto Milton Friedman, premio Nobel per l'economia (1976): «È impossibile una società stabile e democratica senza un certo grado di alfabetismo e di conoscenza da parte della maggioranza dei cittadini e senza una diffusa accettazione di alcuni complessi comuni di valori. L'istruzione può contribuire a entrambi questi aspetti. Di conseguenza, il guadagno che un bambino ricava dall'istruzione non va a vantaggio dello stesso bambino o dei suoi genitori, ma anche a vantaggio degli altri membri della società. L'istruzione di mio figlio contribuisce anche al vostro benessere, concorrendo a promuovere una società stabile e democratica. Non è possibile identificare quali siano i singoli (o le famiglie) che ne beneficiano e, quindi, addossare a essi gli oneri specifici per i servizi resi. Ci troviamo [...] di fronte a un importante caso di "effetto indotto"». Dunque: è possibile, pur nel rispetto di tali vincoli, articolare un sistema scolastico su basi competitive? Seguiamo ancora Milton Friedman: «I governi potrebbero imporre un livello minimo di scolarità e assicurarne il funzionamento, concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili per una determinata somma massima annua per ciascun figlio qualora fosse spesa per servizi scolastici "approvati". I genitori in tal caso sarebbero liberi di spendere questa somma, e ogni somma addizionale di tasca propria, per l'acquisto di servizi scolastici di un istituto di loro scelta, ma "approvato" dalla pubblica autorità. I servizi scolastici potrebbero in tal modo essere forniti da imprese private gestite a fini di profitto o da istituzioni senza scopo di lucro. Il ruolo del governo, in tal caso, sarebbe soltanto quello di assicurare che le scuole soddisfino certi requisiti minimi, come ad esempio l'inclusione nei loro programmi di un contenuto comune minimo, allo stesso modo, per esempio, in cui ora il governo provvede alla sorveglianza sui ristoranti, per garantire che essi rispettino gli standard sanitari minimi fissati dall'autorità».
Dello stesso avviso è Friedrich A. von Hayek, anch'egli premio Nobel per l'economia (1974): «Si potrebbe benissimo provvedere alle spese per l'istruzione generale, attingendo alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese dell'istruzione di ciascun ragazzo, buoni da consegnare alla scuola di loro scelta». È bene rendere chiari i motivi per i quali il «buono-scuola» è in grado di offrire un'adeguata risposta al problema relativo a come introdurre la logica di mercato nel sistema scolastico. Una volta che la famiglia riceve il «buono-scuola», non negoziabile e spendibile esclusivamente presso un istituto di istruzione, lo Stato non deve finanziare più le proprie scuole. Se queste rimangono in vita, ciò sarà dovuto alla capacità di «catturare» una sufficiente domanda sul mercato. Accade quindi che ci sia libertà di scelta da parte delle famiglie (il cittadino è pertanto sovrano), e accade che dal lato dell'offerta ci sia una pluralità di proposte formative in competizione; il che impone ai responsabili di ciascun istituto di istruzione di svolgere una funzione imprenditoriale, di cercare di anticipare il tipo di domande che sarà avanzata dalle famiglie. Anche nel sistema scolastico, viene in tal modo istituzionalizzato un «procedimento di scoperta», che permette di avere libertà di scelta e di poter conseguire un continuo miglioramento delle prestazioni fornite e quell'economia di costi che ogni sistema competitivo realizza rispetto a situazioni di monopolio.

Il credito di imposta e il sistema delle convenzioni
L'obiettivo della introduzione di linee di competizione nel sistema scolastico è comunque raggiungibile anche attraverso un altro strumento: il credito d'imposta. In questo caso, le famiglie non verrebbero finanziate tramite il buono da spendere presso una istituzione scolastica «autorizzata» ma attraverso un minor pagamento del saldo d'imposta dovuto annualmente. Si può cioè stabilire che il contribuente, nel momento di versare il «conguaglio» annuale al Fisco, possa trattenere, per ogni figlio rientrante nell'età scolare obbligatoria, un determinato ammontare. Ci sarà ovviamente il problema di coloro i quali non devono versare alcun saldo e di coloro il cui «conguaglio» sia inferiore al costo dell'iscrizione scolastica. In tali circostanze, la pubblica amministrazione dovrebbe provvedere a un immediato rimborso di imposte già pagate o a un apposito finanziamento. Come si vede, il credito d'imposta presenta alcune difficoltà a cui il sistema del buono-scuola non va incontro. Esso potrebbe tuttavia costituire un apprezzabile ponte verso la successiva adozione del «buono», perché al pari di questo rende sovrani i cittadini e rende necessaria l'articolazione competitiva dell'offerta.
La proposta che da più parti è stata avanzata per il finanziamento della scuola non statale è il sistema della convenzione. La convenzione è, in sostanza, una sovvenzione che lo Stato o altro ente pubblico concede a scuole non statali. Ebbene, esistono ragioni più che forti per rifiutare senza esitazione alcuna tale «assistenza». La convenzione mette tutte le scuole libere, sin dal primo momento, nelle mani dello Stato o della Regione, cioè alla mercé dei partiti e dei burocrati. La convenzione statalizza le ultime scuole libere. E dà vita non a un sistema concorrenziale, ma a un sistema spartitorio e collusivo. La convenzione crea clientes; dispensa elemosine. Ma noi reclamiamo diritti. Dice un proverbio carico di esperienza: chi paga compra. Lo sapevano bene gli antichi romani: Beneficium accipere libertatem est vendere. La convenzione va respinta, proprio perché elimina la competizione.

La soluzione del buono-scuola
È forse tempo di farla finita con l'idea che è buono tutto e solo ciò che è pubblico; che è pubblico solo ciò che è statale; che è statale tutto quello che può essere preda dei partiti. E dobbiamo chiederci: svolge un migliore servizio pubblico una scuola statale inefficiente oppure una scuola non statale ben funzionante, meno costosa, più efficiente? È «più pubblica» una scuola non statale efficiente ovvero una scuola statale improduttiva e sciupona? La proposta del buono-scuola è la proposta di una giusta terapia per le malattie della scuola italiana. È una buona idea, una soluzione ragionevole di un problema urgente. Se un idraulico ripara una fogna che si è rotta, la riparazione è di destra o di sinistra? Già negli anni Settanta Christopher Jenks - noto personaggio di sinistra - progettò la prima esperienza del sistema di buono-scuola. L'idea di buono-scuola è poi stata ripresa da D. Osborne e T. Gabler, ispiratori ambedue della politica di Bill Clinton. In Francia il buono-scuola è stato difeso da A. Madelin, il quale è stato ministro della pubblica istruzione. Nel 1973 Jacques Delors, allora Presidente della Commission internationale sur l'éducation pour le XXI siècle dell'Unesco, propose il buono-scuola, convinto che «soltanto un simile sistema di finanziamento è in armonia con i provvedimenti tesi ad accrescere l'efficacia della scuola nella lotta contro l'ineguaglianza delle opportunità (chances)». In Italia, Antonio Martino, da oltre vent'anni ha insistito, in più d'un saggio, sull'idea di buono-scuola. E ora da più di un anno esiste un movimento, «Scuola libera», promosso anche dalla Fondazione liberal, che lavora attivamente per questo obiettivo.
Il buono-scuola è una realtà nello Stato di Washington. È stato sperimentato nel distretto di Alum Rock (California), nello Stato del Minnesota (dove, nel 1990, il sistema del buono era stato già adottato dal 10% degli alunni), a Porto Rico, in Nuova Zelanda, in Australia, a Cleveland (Ohio), a Milwaukee (Wisconsin), e in Svezia. Qui, in Svezia, fu il governo conservatore che nel 1990 introdusse il buono-scuola. Nel 1994 i conservatori hanno perso le elezioni; ma i socialisti, andati al potere, hanno lasciato in vigore la legge sul buono-scuola. Questa legge accredita a chi sceglie la scuola non statale l'85% del costo medio di un alunno delle scuole del Regno, con evidenti risparmi per il pubblico erario. Nel 1994, in Svezia, la scuola non statale era arrivata al 5%. Il governo socialista si aspetta che nel giro di 10-15 anni questa cifra si stabilizzi attorno al 10%. Il buono-scuola può venir speso presso qualsiasi scuola (e ordine di studi): statale e non statale, religiosa o laica, con scopi di lucro o senza scopi di lucro, con qualunque tipo di forma societaria legalmente registrata (cooperativa, società per azioni, società di un gruppo di famiglie che vivono in villaggi sperduti e che non vogliono mandare i figli in scuole lontane, ecc.). Gli esiti dell'introduzione del buono-scuola nel sistema scolastico svedese sono apparsi chiari a tutti: si è avuta una riduzione della dispersione scolastica e questo anche per la ragione che le scuole - per non rischiare di scomparire - sono stimolate a dare risposte personalizzate alle esigenze degli alunni e, comunque, a elevare la qualità del prodotto.

Dai paesi ex-comunisti alla Spagna
Da qualche mese il sistema del buono-scuola è una realtà anche in Polonia. E vale qui ancora una volta ricordare che la libertà di insegnamento è stata stabilita, senza possibilità di equivoci, nelle Costituzioni dei Paesi che sono usciti dalla morsa del comunismo: dall'Ungheria alla Croazia, dalla Bulgaria alla Russia. Nel corso del Convegno sui modi di finanziamento dell'istruzione in Europa (organizzato a Parigi dall'Oidel nel 1997), Maria Dolores Garcia Broch, già assistente del Sindaco di Valenza (Spagna), ha portato la seguente testimonianza.
«(...) Io credo, non solo perché ho studiato la questione ma anche per l'esperienza che ne è stata fatta a Valenza, dove vivo, che la formula che si avvicina di più all'ideale di uguaglianza delle opportunità, è il buono-scuola, poiché il finanziamento non è indirizzato direttamente alla scuola, ma all'allievo, cioè al titolare del diritto di educazione e di istruzione. «Non è per caso che Valenza sia stata la prima delle città di Spagna, e praticamente d'Europa, a mettere in pratica il sistema del buono-scuola ; a Valenza, il vento delle libertà e del rispetto dell'educazione soffia da secoli e noi l'abbiamo ereditato. Già nel XV secolo, il duca di Calabria, viceré del Regno di Valenza, istituì una scuola gratuita per educare i suoi servitori (...) Con il buono-scuola è stato dimostrato che i figli delle famiglie meno abbienti potevano scegliere scuole prestigiose. L'emulazione si è accresciuta tra i centri di istruzione a beneficio della qualità. Sottolineo anche una canalizzazione delle spese e un vantaggio al cittadino. Da parte mia non ho rilevato in questa esperienza nessun aspetto negativo, fintantoché si rispetta la filosofia del buono-scuola , che consiste nell'assicurare la gratuità a tutti gli studenti, senza intermediari. Il buono-scuola può essere applicato a tutti i livelli della formazione, anche se la cecità e la paura dei politici frena il movimento. Il buono-scuola costituisce un'economia per lo Stato e per i contribuenti e contribuisce all'istituzione di buone scuole private nei quartieri sfavoriti. Da allora, esso ha migliorato la qualità dell'istruzione sia nelle scuole pubbliche che in quelle private».

La legittimità delle scuole a orientamento confessionale
Tempo addietro qualcuno si è dichiarato contrario al sistema del buono-scuola giacché esso porterebbe alla formazione di scuole a orientamento confessionale e, quindi, alla «balcanizzazione» della società. È la logica che qui fa difetto: un non sequitur è palese. La verità è proprio all'opposto: la balcanizzazione della società si è avuta proprio là dove non c'è stata libertà, dove è stato estirpato il pluralismo delle istituzioni, negata la libertà di insegnamento. In ogni caso, ecco l'obiezione: l'introduzione del buono-scuola verrebbe a ingrossare la divisione, a stabilire fossati, per esempio, tra laici e cattolici e, in un prossimo futuro, magari tra laici, cattolici, musulmani, ecc., in quanto i laici finanzierebbero, con il loro buono-scuola, scuole laiche, i cattolici scuole cattoliche, i musulmani scuole islamiche, e così via. E qui c'è subito da chiedersi: e che male c'è se, in un sistema scolastico integrato, si avessero scuole «neutre», scuole cattoliche, scuole israelitiche, scuole musulmane? E perché mai, per esempio, cittadini di fede ebraica non dovrebbero avere il diritto di istituire - qualora lo desiderassero - scuole con forte presenza culturale della tradizione e della storia ebraica? E ciò vale, ovviamente, per altri gruppi portatori di altre visioni filosofiche o religiose della vita. Perché centinaia di migliaia di musulmani, sradicati dai loro Paesi di origine, non dovrebbero avere scuole proprie, dove non perdere la loro lingua e la loro letteratura, e in cui approfondire la loro storia e la loro visione del mondo? Le crociate, viste da storici musulmani, non costituirebbero un arricchimento anche per noi?
Scuole confessionali diverse non sono minacce allo Stato di diritto; esse piuttosto soddisfano esigenze fondamentali e legittime; si preoccupano delle diversità; e le diversità (di visione del mondo, di valori scelti, di proposte politiche, di modi di vita) sono l'essenza della società aperta. La negazione delle diversità è pericolosa per la società, e non la loro aperta, leale e tollerante o, meglio, rispettosa affermazione. Il soffocamento delle diversità - come sottolineato dal cardinale Lustiger - è la prima causa della loro violenta esplosione. Nella società aperta, in un effettivo Stato di diritto, non esistono ragioni per proibire scuole a orientamento confessionale, a patto che queste si inseriscano nel quadro dei valori della società aperta (tolleranza, antirazzismo, solidarietà, ecc.) e abbraccino le regole dello Stato di diritto. La società aperta è chiusa soltanto agli intolleranti. All'interno di uno Stato di diritto non esiste nessun argomento in grado di proibire scuole a orientamento confessionale. Tale negazione equivarrebbe alla negazione dello stesso Stato di diritto, poiché significherebbe negare la legittimità di quello che è forse il più importante di quei corpi intermedi attraverso i quali la libera iniziativa degli individui istituisce e arricchisce la «società civile». In Germania, accanto alle scuole «neutre», esistono scuole «protestanti» e scuole «cattoliche». In Olanda sono state di recente istituite scuole «induiste»; e c'erano già scuole «musulmane». Forse che la Germania e l'Olanda - e il Belgio e l'Inghilterra - sono Paesi meno democratici dell'Italia? E poi: solo le scuole statali sarebbero scuole in cui si insegna la tolleranza e la democrazia? Forse che le scuole cattoliche o il liceo israelitico di Roma sono stati covi di indottrinamento antidemocratico? I laicisti dovrebbero essere più attenti e meno dogmatici e meno acritici nei loro pronunciamenti e nelle loro scomuniche.

Gli statalisti, veri distruttori della scuola di Stato
Quanti intendono introdurre linee di competizione all'interno del sistema scolastico italiano non vogliono affatto distruggere la scuola di Stato o negarne i meriti. Sono gli statalisti che ogni giorno di più tolgono ossigeno alla scuola statale: la malattia grave della scuola italiana si chiama statalismo con i nefasti effetti del burocratismo, della selezione occulta, dell'improduttività, dell'irresponsabilità accarezzata da chi sta in alto e da chi sta in basso. Gli statalisti, resi ciechi da un malinteso senso di uguaglianza, predicano scuole uguali per tutti. Questa, però, è solo una rovinosa illusione. La realtà è che nessuna scuola sarà mai uguale all'altra: un preside più attento, insegnanti più preparati, un amministrazione più efficiente bastano a fare la differenza. Nessuna scuola è o sarà mai uguale all'altra; ma tutte le scuole, quelle statali e quelle non statali, possono migliorare sotto lo stimolo della competizione. Una scuola statale seria non ha nulla da temere dall'introduzione del buono-scuola. Anzi, dalla concorrenza essa avrà tutto da guadagnare. Temono la concorrenza le scuole poco serie - statali e non statali -, e tutti coloro che preferiscono vivere e operare al riparo di nicchie ecologiche protette, atterriti alla sola idea di dover competere con colleghi magari più preparati e istituzioni più efficienti. La scuola di Stato è un grande patrimonio - un patrimonio che va protetto dagli statalisti, salvato dal monopolio statale dell'istruzione.
Si è detto e si ripete sino al fastidio che non poche famiglie, in regime di buono-scuola, non sarebbero in grado di scegliere la scuola giusta per i propri figli. A parte il fatto che simile presa di posizione è, prima di tutto, offensiva - è chiaro che essa costituisce un autentico affronto alla democrazia: elettori a diciotto anni, tanti italiani - uomini e donne - sarebbero, ancora più avanti negli anni, incapaci di scegliere la scuola migliore per i propri figli. Ma c'è di più, perché l'idea che molte famiglie sarebbero incapaci di scegliere la scuola giusta per i propri figli è un'idea falsa, fattualmente falsa nella generalità dei casi: anche nei Paesi più sperduti della nostra Penisola, la mamma meno colta e il padre più distratto sanno qual è la maestra più brava, più disponibile, più attenta; e sanno quali sono i docenti più validi della locale scuola media.
Di nuovo, lo statalista: la scuola deve essere tutta in mano allo Stato, perché essa è un settore strategico. Replica: ma proprio perché è un settore strategico che nel sistema scolastico va innescata la competizione. Nessun settore è più strategico di quello del pane. Ebbene, forse che per questo dobbiamo scendere in piazza a favore dell'istituzione dei forni di Stato? E non è vero che abbiamo il buon pane proprio perché i forni sono in competizione, perché se un forno ci servisse male, potremmo rivolgerci a un altro forno?
Altra obiezione, questa volta da parte di un noto giurista italiano: la scuola deve rimanere saldamente e totalmente nelle mani dello Stato a motivo del fatto che è soltanto la scuola pubblica in grado di garantire la formazione del cittadino. Ed ecco la replica di Angelo M. Petroni: «La tesi è semplicemente falsa sul piano descrittivo (qualcuno può pensare che il cittadino inglese formato a Eton è peggiore del cittadino italiano formato nel migliore liceo statale italiano?). Ma evidentemente è ancora più inaccettabile sul piano dei valori liberali. Dietro di essa vi è l'eterna idea dello Stato etico, di uno Stato che ha il diritto di formare le menti dei propri cittadini/sudditi, sottraendo i giovani alle comunità naturali e volontarie, prime tra le quali quella della famiglia».
Le accuse non si fermano qui. Non di rado si ripete che le scuole private - e segnatamente quelle cattoliche - sarebbero «luoghi di indottrinamento», a differenza delle scuole pubbliche viste come centri di costruzione di menti critiche. È chiaro che siamo di fronte a una accusa generica e genericamente infamante. Insegnanti critici si trovano in scuole statali e in scuole non statali; così come guarnigioni di insegnanti dogmatici si trovano in scuole statali e non statali. Solo che dagli insegnanti dogmatici delle scuole statali, le famiglie, che non hanno la possibilità di mandare i propri figli in altre scuole, non possono facilmente difendersi. È banalmente falso, inoltre, affermare che il buono-scuola favorirebbe i ricchi, le scuole dei ricchi. La verità è, piuttosto, un'altra: oggi il povero è costretto a frequentare una scuola pubblica, magari non buona, semplicemente perché la sua famiglia non ha i mezzi per pagare la retta presso una scuola privata; e, sempre oggi, il ricco può sfuggire ai danni di una scuola pubblica che non funziona, scegliendo una scuola privata in Italia o all'estero. Il buono-scuola è una carta di liberazione per il povero: il povero potrà pagare con il suo buono-scuola la scuola che oggi è solo del ricco.
In conclusione: chi difende l'introduzione della competizione all'interno del sistema scolastico italiano non difende e non disprezza le scuole «dei preti» come non difende e non disprezza le scuole non statali laiche o le scuole statali. Chi difende la competizione difende semplicemente una regola che costituisce la più alta forma di collaborazione. E soltanto la competizione all'interno del nostro sistema scolastico potrà porre la nostra scuola in competizione con i sistemi scolastici degli altri Paesi dell'Unione europea.

articolo apparso su Fondazione liberal (n° 2 settembre-novembre 2000)

Dario Antiseri
 
 

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