
Il vento del liberismo in Europa spira solo a parole. Tutti si dicono liberisti ma nei fatti si vede poco e niente. La Francia ha fatto dei notevoli passi indietro in fatto di liberismo e la Germania si sta muovendo da un punto di vista fiscale, ma, per il momento, solo in quella direzione. Riguardo all'Italia, giudicate un po' voi. Ma torniamo alla tesi di Liberal e di tutti i suoi aderenti, e cioè all'assunto che le tre grandi aree di riformismo liberale - laico-sociale, socialista e cattolica - possono unirsi per ben governare. Ritengo che sia la sola strada praticabile per riformare veramente questo Stato, soprattutto per rimuovere quegli ostacoli che impediscono uno sviluppo economico ad alti tassi e creare così una ricchezza diffusa e una vera lotta alla povertà e all'emarginazione.
Vorrei però riferirmi ai problemi delle aziende, dato che questo liberismo del quale tutti ci parlano, e sul quale non dovrebbero esservi dubbi, dati i testi ormai considerati classici sull'argomento, è poco praticato anche da chi da anni si professa liberale. Quali sono gli ostacoli da rimuovere affinché un'impresa italiana, che si trova quotidianamente a combattere sui mercati internazionali e che quotidianamente fa analisi e si confronta sul perché altre imprese funzionino meglio, creino più ricchezza, più occupazione, più sviluppo nazionale, possa adeguatamente competere, creando la sola vera ricchezza distribuibile?
C'è una via maestra e cioè mettere mano al processo scolastico formativo. Certo che sono tempi lunghi, ma, d'altra parte, le scorciatoie non credo siano così facili da praticare. Un processo scolastico formativo, che, al contrario di quello che accade oggi, dia agli studenti, alle persone che si confronteranno col mondo del lavoro e del management una adeguata preparazione per affrontare la concorrenza universale, che è sempre più inevitabile. Inoltre, aldilà di tutte le dichiarazioni di liberismo anche da parte del centro destra, non esiste di fatto un'efficace lotta ai monopoli che ancora esistono in Italia, e che non hanno intenzione di mollare; e non c'è un'efficace opposizione ai cartelli che esistono in Europa e che istituti e istituzioni di controllo non vogliono adeguatamente rimuovere; e ai tanti ordini professionali, laddove rappresentano vecchie corporazioni o caste; e ai non pochi rapinatori del risparmio, che distruggono ricchezza e bloccano lo sviluppo, facendo credere che il liberismo sia questo genere di far west economico-conservatore, fatto di finti imprenditori e di finti politici.
Contro queste cose dobbiamo combattere, contro queste importanti ragioni che rendono, nella media, le aziende italiane enormemente più piccole di tutte quelle con le quali sono costrette a competere, e le meno internazionali dell'Occidente economico. Le aziende - industria-agricoltura-servizi produttivi - sono l'ossatura dell'economia e dello sviluppo e sono le sole produttrici di ricchezza reale. Da non confondersi con i trasferimenti di ricchezza della finanza: la divisione di una torta che è sempre la stessa da spartire in parti sempre più numerose. Le aziende sono le sole che possono fabbricare torte sempre migliori e sempre più grandi da dividere. Ma i fattori che ho citato le rendono vulnerabili, con scarsa capacità di competere, di fare ricerca, soprattutto in un'economia veramente aperta. L'Italia è diventata una terra di conquista. Non c'è reciprocità nel possesso di aziende, di beni, di finanza con le altre nazioni. Noi siamo una terra di conquista, dove chi ha il dollaro a 2.000-2.300 lire compra aziende con grande facilità e può permettersi di investire grandi somme, ma anche grandi perdite per conquistarsi il mercato.
È poi nei quartieri generali delle grandi società, dove si detengono potere e proprietà, che vanno i grandi cervelli, le grandi capacità, così nazioni come la nostra, se non cambiano rotta, sono destinate a diventare le nuove colonie. E i nuovi sistemi coloniali sono il possesso di know-how, di industrie, di laboratori per ricerche strategiche. Se ci soffermiamo a fare un piccolo inventario su quali industrie all'avanguardia sono italiane o di proprietà italiana, ci si accorgerà che nelle tecnologie d'avanguardia o sofisticate l'Italia non possiede più nulla. Questo è il nuovo colonialismo che pesa sulla ricchezza e sulla povertà di questa nazione.
Per favorire un reale riformismo liberale, che è il solo a permettere sviluppo, non c'è altra strada se non creare e dare forza a una classe dirigente, politica, amministrativa, imprenditoriale, coraggiosa, convinta della necessità di una politica dello sviluppo economico e sociale, chiara e forte. Una classe dirigente dotata anche di una tensione etica che serva a evitare gli errori del passato, dove non pochi sedicenti liberisti erano, in realtà, operatori politici di pochi potentati. Altrimenti non riusciremo a modificare le regole del lavoro, che in Italia oggi sono ancora basate su leggi nate da conflitti di classe e da sindacalismi esasperati, né riusciremo a creare istituzioni e apparati, anche giudiziari, efficienti e dotati di quel rigore nel controllo che le regole di competizione universali richiedono. Non si può giocare senza regole e non servono le regole se non ci sono controllori rigorosissimi. Io spero che la coscienza di tutto ciò ci permetterà di fissare insieme non solo gli obiettivi, che sono una cosa importante, ma anche le comuni regole e gli strumenti per realizzare i cambiamenti. E creare la casa comune per la nuova classe dirigente italiana.
intervento al convegno della fondazione liberal Il liberismo sociale (Roma, 20 ottobre 2000)
Adriano Teso