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Mettiamoci d'accordo sull'aggettivo "sociale"

Supplemento al numero 5 di Fl
di Innocenzo Cipolletta

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spec_cop2Vorrei ritornare alle riflessioni sullo Stato sociale affermando di sentirmi molto vicino alle perplessità a suo tempo denunciate da Einaudi, che diceva di capire poco quanti si ostinavano ad aggiungere aggettivi qualificativi al sostantivo «liberalismo». Io non credo sia utile parlare di «liberalismo sociale», quasi a distinguerlo dal pensiero liberale, se non per un desiderio di accattivarsi benevolenza da parte di chi ha paura a definirsi liberale. Non che i termini di sociale e liberale siano necessariamente in contraddizione. Anzi, come molti hanno dimostrato, essi possono ben coesistere. Ma l'uso congiunto dei due termini genera solo confusione, sicché alla fine non si capisce più da che parte si vuole andare... Certo, dialetticamente può far comodo parlare delle critiche al liberalismo affermando che lo si vuole di tipo sociale, così come diviene più facile sostenere la solidarietà se la si connota di modalità liberali, ma tutto questo non aiuta a capire cosa si voglia fare.
Io credo, invece, che i due concetti siano da tenere distinti, nel senso che liberalismo indica la maniera di fissare delle regole di comportamento, mentre il sociale indica un obiettivo condivisibile di solidarietà a cui devono convergere i comportamenti. Se si confonde il fine con i mezzi allora non si capisce più nulla. Con il pensiero liberale si intende un metodo di comportamento fissato da regole che lasciano relativamente intatta la responsabilità individuale. Con questi comportamenti responsabili si possono perseguire anche obiettivi di solidarietà, quindi di natura sociale. Altra cosa è invece dire che i comportamenti devono essere improntati alla solidarietà, sicché mezzi e fini finiscono per coincidere. Io credo che questa distinzione sia importante e che la somma dei due connotati - liberale e sociale - non aggiunga che confusione...
Una seconda considerazione è in favore del concetto di «Stato sociale residuale». Nel passato si è contrapposto lo Stato sociale universale, ossia quello che dà prestazioni sociali eguali a tutti i cittadini, allo Stato sociale residuale, ossia quello che dà prestazioni sociali solo ai cittadini che non hanno i mezzi per provvedere a loro stessi Una lunga letteratura ha demonizzato lo Stato sociale residuale come lo Stato sociale dei poveri, affermando che con questa accezione, ove i ricchi pensano a loro stessi mentre ai poveri pensa lo Stato, si arriva ad avere uno Stato sociale dedicato solo ai poveri, che sarebbe in definitiva uno Stato sociale povero. Questa affermazione non ha alcun fondamento: se lo Stato sociale è residuale, allora è possibile, attraverso il prelievo fiscale generale, fornire ai più bisognosi prestazioni di natura elevata, ben superiore a quelle che lo Stato sociale universale riesce a fornire alla generalità dei cittadini. L'esperienza di tutti i giorni ci testimonia che lo Stato sociale universale - quale noi abbiamo per la sanità, per le pensioni, per la scuola - fornisce servizi scadenti che finiscono per essere utilizzati solo dai più poveri, mentre i più ricchi provvedono per loro conto. Il risultato è che lo Stato sociale universale si trasforma in uno Stato sociale residuale, ma a costi elevatissimi e con risultati del tutto insoddisfacienti, diventando di fatto uno Stato sociale povero e solo per i più poveri.
Uno Stato sociale residuale che concentrasse le sue risorse su chi ha bisogno e lasciasse gli altri liberi di pensare a loro stessi, pur imponendo alcune regole minime (obbligo di assicurazione, ecc.), consentirebbe di aumentare l'impegno a favore di chi ha bisogno e di lasciare liberi gli altri di adattare le loro coperture assicurative ai loro bisogni così come sono percepiti. Trovo più «sociale» questa impostazione rispetto a quella esistente nel nostro Paese, ad esempio con riferimento alle pensioni, ove lo Stato sociale paga una pensione in funzione dei contributi versati, sicché poi ciascuno, nel migliore dei casi, finisce per riavere quello che ha versato.
Infine è da tenere a mente che uno Stato sociale universale è uno Stato sociale destinato a crescere all'infinito, perché la domanda di benessere cresce al crescere del reddito (ciò che è avvenuto in tutti i Paesi ove vige un sistema sociale universale), mentre uno Stato sociale residuale può vedere ridursi con il tempo la spesa sociale, fino a scomparire del tutto perché non più necessaria, se tutti divengono ricchi. Questo obiettivo è importante perché se lo Stato sociale aumenta con il livello del benessere del Paese, vuol dire che il benessere del Paese non libera i cittadini dal bisogno, ma li rende ancora più dipendenti dallo Stato. Se la ricchezza non rende i cittadini indipendenti e capaci di badare a loro stessi, v'è da domandarsi a che serva la ricchezza. Uno Stato liberale è invece uno Stato ove ciascuno ha la responsabilità di se stesso e i mezzi per badare a se stesso. Se ne deduce che uno Stato liberale è uno Stato ove l'intervento sociale possa scomparire se diviene inutile, perché ciascuno è diventato capace di badare a se stesso autonomamente.
Invece, se lo Stato sociale cresce con il crescere della ricchezza, allora si arriva al socialismo, ossia a una situazione ove il benessere è assicurato dallo Stato e non dai cittadini stessi. Questo è quanto si è rischiato di avere nel nostro Paese, ove le statistiche hanno mostrato che la spesa sociale è cresciuta con il crescere del reddito, ossia la maggiore ricchezza del Paese non ha ridotto i problemi del Paese stesso ma li ha aumentati. Questa è una contraddizione palese dello Stato sociale universale, una contraddizione che va risolta, passando a uno Stato sociale residuale.

intervento al convegno della fondazione liberal Il liberismo sociale (Roma, 20 ottobre 2000)

Innocenzo Cipolletta

 
 

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