
Oggi si tende a sopravalutare il ruolo dell'economista, si definisce l'economia scienza e l'economista scienziato. In realtà, egli è il «sacerdote» di quel bene che è il «più», l'efficienza e - perché no? - l'accesso al net. Ma cosa aspettarsi dagli economisti? Che diano un senso all'economia? Certamente sarebbe loro compito se «la vita avesse un senso» e tutti ne concordassimo, ma non è così. Molti considerano «il senso della vita» un artificio della cultura cristiana: credono che l'uomo sia stato posto al centro dell'universo dalla cultura umanistica del cristianesimo, ora «estinta» dalla tecnica. Queste stesse persone ammettono però che la tecnica, che non ha fini, può rendere instabile la terra, teatro della storia. L'economia è una tecnica, avanzata e sofisticata, ma neutrale, che per essere vantaggiosa per l'uomo deve trovarlo consenziente a considerarsi importante, centrale. Il primo passo per creare un'economia al servizio dell'uomo è convincere l'uomo stesso a volerlo e questo è il problema più difficile. Credo che oggi l'ambiente in cui viviamo renda complessa questa attitudine perché l'uomo ha sempre meno chiaro il senso della vita, privilegiando gli effetti della tecnica che influenza il comportamento economico e sociale, lo stato psicologico-biologico e la visione morale. Privato di visione soprannaturale l'uomo sembra debole, è attratto dalle soddisfazioni materiali, confuso dall'illusione di conoscenza assoluta, impaurito dal dolore fisico e attratto dal mito di Faust.
Realizzare un'economia per l'uomo, quindi, non è un problema (solo) economico. L'economia è una tecnica neutrale che può migliorare la vita umana oppure no. E gli indirizzi che l'economia globale ha preso possono conseguire questo obiettivo solo se non prescindono dalla dignità umana e se non chiedono all'uomo di adattarsi al globale bensì il contrario. I dubbi in proposito ci sono. Perché non è così chiaro che valore abbia l'uomo in questo secolo e in queste condizioni. Quanto vale, oggi, un uomo? Vale quanto può spendere e comperare nell'arco della sua vita, vale in funzione dei market places cui è connesso?
Prima del capitalismo il mondo era un «terzo mondo»: si moriva prima dei trent'anni, c'erano carestie e sottoalimentazione; era forse un periodo ricco di valori ma con parecchie privazioni. Oggi, al contrario, l'uomo si cura di più, vive più a lungo, mangia di più, ha tutto «di più» ma non gli basta ancora e vuole vincere il dolore la sofferenza, la morte… Sembra sprecare se stesso, dominato dal mercato, dalla scienza tecnologica, poco dall'intelletto, ancor meno dalla morale. Il capitalismo indubbiamente ha fatto molto per l'uomo e può fare ancora molto, ma perché gli uomini non subiscano i condizionamenti del mondo globale devono esser «forti» e formati.
Il capitalismo si fonda su principi economici e sulle loro leggi di crescita e di competizione, ma di queste leggi l'uomo è fine o mezzo?
Il sistema economico capitalistico evolve verso la globalizzazione che nasce dal genio dell'uomo, dalle sue capacità. L'innovazione tecnologica, la cultura, l'informazione e il potere d'acquisto hanno creato i presupposti per il mondo globale. Questo deve sostenere una crescita molto accelerata grazie alla tecnologia e in funzione dei mercati finanziari, vuole pertanto una certa uniformizzazione della domanda, cioè del consumo, quindi del comportamento. Vuole anche una società aperta, circolazione dei capitali, abbattimento di barriere politiche, sociali, tradizioni, dogmi. Il globale perciò, non può non influenzare la politica, la società, la morale (i doveri). La globalizzazione sta trasformando il mondo più di tante filosofie o dottrine politiche, sta influenzando i modelli di vita. Il tutto con neutralità di strumenti che pertanto producono bene o male in funzione degli obiettivi e condizioni con cui sono applicati.
La globalizzazione sta anche creando una nuova civiltà che, secondo la visione di molti, è migliore perché libera l'uomo dal bisogno, dalle malattie, dal dolore (non ancora dalla morte, ma è solo questione di tempo). Le biotecnologie, per esempio, stanno ricostruendo l'uomo del terzo millennio, ma trovano l'uomo culturalmente «impreparato» (si lamenta) perché egli ha ancora una visione «divina» di sé, perché qualcuno crede ancora che l'uomo abbia un'anima e pertanto non sia pronto al paradiso in terra garantito da tecnologia e biologia.
Il problema del globale è «l'ignoranza», l'impreparazione dell'uomo derivante principalmente dalla sua cultura religiosa. La globalizzazione, nei fatti, ogni tanto è costretta a prescindere da questi valori «divini» che rendono tutto più difficile. Se l'uomo avesse valori più relativi, se non avesse un'anima, tutto sarebbe più facile. Inoltre, la posta in gioco è alta, non solo più benessere, ma più soddisfazioni morali, materiali, psicologiche, fisiche. Le scelte non devono più essere buone o no (chi lo dice?) bensì necessarie, pena il fallimento del sistema per tutti. Ecco il rischio di macchiavellismo della globalizzazione senza visione morale, operare per l'uomo contro l'uomo. Perché insisto sulla visione morale della globalizzazione? Perché essendo un sistema neutro può dare vantaggi veri o no. Può, per esempio, far fraternizzare gli uomini, abbattendo barriere, razze, culture, o creare più differenze per esigenze e risultati di competitività; può dare più libertà e responsabilizzazione, o uniformizzare culture, morali e verità, indifferentemente; può esser una grande opportunità, o trasformarsi in un pericolo se diventa indifferente alla natura umana, mascherando questa indifferenza con una «carità biologica»; può migliorare la cura delle malattie, ma anche innalzare la salute biologica a criterio di valore superiore alla dignità umana.
La conseguenza di questi «eccessi» è che l'uomo, senza accorgersene, diventa un mezzo anziché rimanere un fine, e se ne compiace pensando che il «più» (non il bene) sia la cosa migliore, che l'efficienza sia il vero dogma pragmatico. Ne conseguono quelle sofferenze non fisiche che l'uomo sopporta per ottenere «del più». Faccio alcuni esempi del nuovo rapporto tra uomo e beni, uomo e lavoro: la tecnologia estrania l'uomo dal lavoro finalizzato, l'esigenza di mobilità e temporaneità del lavoro incide sul rapporto uomo lavoro, famiglia, società. È questa la fine della fatica e della sofferenza? La sovraproduzione di beni, il modello informazione-acquisto via internet producono riduzione di prezzi e provocano più desideri e bisogni oltre a possibilità di realizzarli. La felicità sarà la soddisfazione assoluta dei beni? È questa la fine del bisogno? In questo capitalismo scompariranno gli imprenditori di riferimento. Di chi sarà la responsabilità personale? Il ridimensionamento del ruolo delle nazioni modificherà i rapporti di forza nella società globale. Gli uomini avranno più beni ma saranno più deboli. Chi sarà il responsabile finale delle leggi? I media presidiano le idee e creano cultura. La morale diverrà un prodotto, non sarà più insegnata nelle famiglie e a scuola, ma venduta in tv. È questa la fine dell'ignoranza? L'uomo consumerà pensando di fare cultura? La coscienza collettiva che si va formando è quella della Rete, fatta di interdipendenza globale. L'uomo «net-tecnologico», elemento della rete, varrà in quanto potrà accedere e comprare? Potrà essere libero e autonomo, e fino a che punto sarà influenzabile?
Ritengo che si debba anzitutto far riscoprire all'uomo che la vita ha un senso. E successivamente chiedere all'economia di aver un senso per l'uomo, perché solo a questa condizione può averlo anche l'economia. Altrimenti, parlare di ricostruire il rapporto uomo-economia e ribadire che efficienza e ricchezza non danno la felicità restano concetti validi solo per chi già lo sosteneva. Solo se coloro che detengono conoscenza, visione e autorità parlano con chiarezza e lucidità, con l'aiuto della Grazia, la globalizzazione può diventare una grande opportunità per «globalizzare» anche il bene. Solo allora l'uomo potrà cominciare a usare la sua «leva strategica», cioè la sua natura divina. A volte i santi, anche in circostanze peggiori, hanno cambiato il mondo.
articolo apparso su Fondazione liberal (n° 4 febbraio-marzo 2001)
Ettore Gotti Tedeschi