
L'avanzare lento e faticoso del processo di formazione dell'Europa desta inquietudine e talora allarme. Ci si interroga sulle cause, ci si interroga sui possibili rimedi. È opinione diffusa che nella costruzione dell'Europa sia stato dato troppo spazio ai banchieri e ai tecnocrati e troppo poco alla politica. I cosiddetti parametri di Maastricht, si aggiunge - frettolosamente definiti dai tecnici e ancor più frettolosamente accettati dai politici - con la loro eccessiva rigidità, limitano senza plausibili motivi l'armamentario della politica economica, con conseguenti modesti tassi di crescita e ristagno dell'occupazione. Probabilmente tutto questo è vero. Probabilmente è vero che non si doveva cominciare dalla moneta; probabilmente è vero che all'unificazione monetaria si doveva giungere dopo aver, in qualche modo, unificato o almeno armonizzato la disciplina dei sistemi economici dei diversi Paesi. Ma sarebbe sbagliato, adesso, attardarsi in recriminazioni e rimettere tutto in discussione: si otterrebbe il solo risultato di complicare ancor più le cose e di compromettere, forse per sempre, un grande disegno - l'integrazione europea - che invece merita di essere tenacemente perseguito.
D'altra parte, anche se c'è stato qualche errore nel disegnare l'iter della costruzione europea, è innegabile che oggi la politica fa ben poco, e comunque fa molto meno di quel che - pur nei ristretti limiti che ha imposto alla sua azione - essa potrebbe obiettivamente fare. I governi nazionali sembrano smarriti e senza idee, ripiegati sulle difficoltà interne. Questo vale soprattutto per l'Italia, per le reazioni opache che ha suscitato nel governo italiano e tra le forze politiche italiane il cosiddetto piano Fischer. Vale a dire la proposta del governo tedesco, di costituire un direttorio tra i Paesi che hanno fondato l'Europa, con lo scopo di attuare una qualche forma di integrazione politica più avanzata: senza escludere nessuno, ma anche senza lasciarsi imporre l'immobilismo da nessuno. Il nostro ministro degli Esteri si è detto favorevole alla proposta tedesca. Ma la proposta di Fischer ha suscitato reazioni polemiche tra i socialisti francesi e i laburisti inglesi.
La verità è che i governi retti dalla sinistra non riescono ad avere un progetto comune per l'Europa; e l'immobilismo di oggi nasce in gran parte dalle loro divisioni e dalle loro contraddizioni. Occorre allora una forte ripresa di iniziativa politica, che ridia slancio all'idea stessa di Europa, che sappia indicare cose concrete da fare e sappia ottenere il consenso intorno a esse. In questo quadro, i partiti che si ispirano ai principi del Popolarismo hanno un ruolo decisivo. Essi possono essere i protagonisti di questa forte ripresa di iniziativa politica. E lo possono essere perché, nel loro bagaglio culturale, c'è tutto quel che occorre per portare il progetto d'integrazione europea fuori dalle secche in cui sembra essersi arenato. Vi sono certamente tutti gli elementi per definire un'efficace strumentazione operativa. Ma vi è qualcosa di più, qualcosa che costituisce la specificità del Popolarismo e che appare indispensabile, in questa fase, per condurre in porto un disegno di straordinario impegno, qual è la costruzione dell'Europa.
Mi riferisco a ciò che costituisce la radice più profonda, la ragion d'essere del Popolarismo. Mi riferisco in particolare al principio - assunto quasi a mo' di postulato - che in politica tutto comincia dalla persona; che la persona è, sempre e comunque, al centro della politica. E lo è in un duplice senso. Nel senso - ovvio e immediato - che la politica deve avere sempre presente i bisogni e la dignità della persona, della singola persona. E nel senso - ecco la specificità del Popolarismo - che nessuno, neanche lo Stato, può pretendere di sostituirsi alla persona per interpretarne i bisogni e decidere i modi di soddisfarli. Compito della politica è trovare le vie giuste perché le persone siano poste in condizione di soddisfare autonomamente i propri bisogni, grazie al loro lavoro, al loro impegno, alla loro capacità di iniziativa. Secondo i principi del Popolarismo, alla persona dev'essere lasciata ampia libertà d'iniziativa in tutti i campi. Non solo, quindi, nel campo della produzione d'impresa - cosa su cui ormai sembrano essere tutti d'accordo - ma anche nella produzione di tutti quei servizi (educativi, sanitari, culturali, assistenziali, ecc.) che per loro natura mal si prestano a essere affidati unicamente alla logica dello scambio e del mercato.
Lo Stato non può sottrarre ai cittadini - e avocare a sé - tutto ciò che non è produzione d'impresa. E non lo può fare per ragioni etiche, e dunque per il rispetto dovuto alla sfera dei diritti-doveri propri di ogni persona, secondo il principio di sussidiarietà. E non lo può fare per ragioni pratiche, perché l'esperienza e il buon senso ci dicono che l'iniziativa individuale risulta molto più efficiente ed efficace dell'intervento pubblico non solo nella produzione d'impresa, ma anche - e forse ancor di più - nel variegato campo della produzione dei cosiddetti servizi sociali, intesi nel senso più lato. Tutto ciò - s'intende - a condizione che siano attivati i giusti meccanismi capaci di mettere le persone in grado di operare e di organizzarsi. E compito dello Stato, e della politica in genere, è proprio quello di realizzare le necessarie condizioni, di attivare i necessari meccanismi.
Il grande ruolo che possono avere i Partiti Popolari nella costruzione dell'Europa dipende proprio dal posto centrale che essi assegnano alla persona nella politica; dipende dal fatto che, per essi, la funzione più alta della politica si esplica nel saper coinvolgere le persone in progetti e obiettivi largamente condivisi, nel saper far esprimere alle persone le loro migliori qualità, le loro migliori attitudini. Nella situazione in cui siamo, appare difficile costruire l'Europa solo con provvedimenti di politica economica, che pur - evidentemente - sono indispensabili. Occorre un grande coinvolgimento ideale e pratico delle persone, che sappia risvegliare in esse l'orgoglio di appartenenza e l'orgoglio di partecipare a un grandioso progetto. E i Partiti Popolari molto meglio degli altri possono cimentarsi in questo non facile compito, perché molto meglio degli altri sanno parlare alla persona. È un compito esaltante quello che hanno di fronte il Ppe e i partiti nazionali che vi si riconoscono; ma non è certo un compito facile, a causa soprattutto della marcata eterogeneità delle situazioni nazionali. È necessario un grande sforzo di coordinamento tra Ppe e partiti nazionali, con il primo che elabora possibili linee d'intervento e i secondi che le verificano nella specificità delle situazioni locali, ne propongono aggiustamenti e modifiche per arrivare, infine, a proposte largamente condivise.
I partiti nazionali sono chiamati, in particolare, a calare - in una prospettiva europea - gli ideali del Popolarismo nella politica del rispettivi Paesi. E questo evidentemente vale anche per l'Italia, dove abbiamo più partiti che si richiamano ai valori del Popolarismo e si riconoscono nel Ppe. Il Movimento per l'Europa Popolare guarda con preoccupazione alle divisioni che lacerano questi partiti e si augura che essi, in nome dei comuni ideali, possano rapidamente riunirsi per dare più efficacia alla loro azione e per rispondere alle attese delle tante persone che guardano con crescente attenzione ai valori del Popolarismo. Per ora il Mep offre la propria collaborazione ai partiti che vogliono cominciare a lavorare per costruire un programma comune. E lo fa nella convinzione che discutere su cose concrete, sulle cose da fare sia un metodo utile per trovare l'intesa o per constatarne l'impossibilità. Di questo programma tracciamo sommariamente quelle che a nostro parere dovrebbero essere le linee ispiratrici.
Cominciamo con una domanda. Come si pone la politica italiana, e in particolare l'azione dei governi succedutisi negli ultimi anni, rispetto al valori del Popolarismo? Basta uno sguardo frettoloso per constatare che vi sono ben pochi punti di contatto, anzi vi è molta distanza. Non si può certo dire che i governi abbiano posto la persona al centro della loro azione! La loro politica ha oscillato e oscilla tra un liberalismo di maniera, mal digerito e spesso male applicato, e uno statalismo pervasivo, a volte oppressivo, quasi sempre inefficiente. Guardando più da vicino, osserviamo che in materia di produzione d'impresa e di mercato, la politica del nostro Paese sembra ispirarsi in qualche modo al liberismo: né potrebbe fare altrimenti in un mondo che - come usa dire - va sempre più globalizzandosi. Ma lo fa in modo poco convinto e poco convincente; e se anche ha conseguito qualche risultato in materia di liberalizzazione e di privatizzazione, resta il fatto - assai grave - che la competitività del sistema-Italia è bassissima e solo la straordinaria duttilità dei nostri imprenditori riesce in qualche modo a limitarne le conseguenze sul reddito nazionale e sull'occupazione. Reddito e occupazione che, comunque, hanno un andamento del tutto insoddisfacente, in rapporto non solo alle potenzialità del nostro Paese, ma anche e soprattutto alla domanda di lavoro e alle esigenze imposte da un risanamento della finanza pubblica che voglia essere definitivo e non effimero. E qui va detto con chiarezza che non possiamo seriamente pensare di risanare i nostri conti pubblici con l'attuale ritmo di sviluppo. Continuando con gli attuali tassi di sviluppo, magari aumentati di qualche decimale all'anno, non faremo molta strada. Dobbiamo coraggiosamente puntare a raddoppiarli. E ci sono tutte le condizioni per poterci riuscire.
Sulla bassa competitività del nostro sistema incidono certamente mali antichi il cui completo superamento richiede tempi non brevi. Ma è innegabile che ancor di più vi incidono fatti che potrebbero essere rapidamente superati da una politica che fosse autenticamente liberale, che riconoscesse senza tentennamenti il ruolo del profitto; che fosse meno sospettosa nei confronti delle imprese e più attenta ai complessi meccanismi tecnico-economici che ne regolano la vita, che fosse più incline a dare fiducia e sostegno a coloro che vogliono intraprendere. Su questo punto occorre intervenire presto, prima che i guasti diventino irreparabili: sarebbe pericoloso farsi illudere da qualche modesto incremento che sembra registrarsi in queste settimane nella produzione industriale. Se poi dall'organizzazione della produzione d'impresa, passiamo ai servizi pubblici e, più in generale, agli interventi in campo sociale, constatiamo che la distanza dell'azione di governo dagli ideali del Popolarismo è ben più ampia, direi incolmabile. In campo sociale, l'azione di governo si ispira a un sostanziale statalismo. Alla persona non viene praticamente lasciato spazio; e anche quando si chiede il contributo del volontariato e degli organismi non profit si offre loro sempre un ruolo subalterno rispetto al pubblico; si offre loro sì un ruolo, ma in una logica di outsorcing, in una logica di appalto. Insomma, essi sono visti come meri esecutori, come strumenti per ridurre il costo dei servizi. Scuola, sanità, assistenza, cultura, ricerca scientifica, ecc. sono settori nei quali - nonostante si parli tanto di liberalizzazione - la presenza pubblica si fa sempre più invasiva, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Che cosa si può fare? In un contesto come quello appena descritto, è chiaro che calare gli ideali e i valori del Popolarismo nella politica del nostro Paese è cosa non semplice. S'impongono cambiamenti radicali, pressoché rivoluzionari nel rapporto cittadini-Stato; cambiamenti che, per loro natura, non possono realizzarsi di colpo per legge, ma solo attraverso un lento evolversi del costume. In materia d'impresa e di mercato, occorre una politica capace di dare competitività al nostro sistema-Paese, e di rimuovere i tanti vincoli che penalizzano chi opera in Italia; occorre una politica che abbandoni, tra l'altro, la prassi di scaricare surrettiziamente sulle imprese l'inefficienza della pubblica amministrazione imponendo loro compiti e costi a esse estranei e che comunque non gravano sui loro concorrenti internazionali. Le cose che deprimono la competitività del nostro Paese sono troppo note per doverle qui rielencare. Analogamente, sono noti i rimedi, tanto più che - in materia - c'è ben poco da scegliere: c'è solo da allinearsi agli altri Paesi. Allinearsi in materia di costi dei fattori produttivi, di trattamento fiscale degli investimenti e degli utili, di sostegno alla ricerca e all'innovazione; allinearsi, insomma, in tutte quelle materie che incidono sull'agilità delle imprese e sull'elasticità della struttura dei loro costi.
A questo proposito occorre spendere qualche parola sulla cosiddetta flessibilità del lavoro. La flessibilità del lavoro è diventata quasi uno slogan, ripetuto pigramente e invocato da tutte le parti, come una medicina per molti dei mali che affliggono la nostra economia. Su questo punto bisogna intendersi. È chiaro che se per flessibilità s'intende - come alcuni sembrerebbero intendere - l'opposto di uno sciagurato slogan di 30 anni fa, quello del salario come variabile indipendente, essa dev'essere respinta, non potendosi evidentemente privare i lavoratori di ogni tutela. Se invece per flessibilità s'intende, come deve intendersi, la disponibilità del lavoratore ad adattarsi alle esigenze dell'impresa in tema di pluralità delle mansioni, distribuzione delle ore di lavoro nell'arco della settimana e così via, essa è altamente auspicabile. Certo, resta la questione di conciliare l'esigenza dell'impresa di poter allontanare i lavoratori in esubero con i bisogni dei lavoratori medesimi. E qui, diciamolo francamente, non possiamo liquidare la questione con l'argomentazione che, in un'economia in crescita, chi perde il lavoro ne trova facilmente un altro. Soprattutto, non possiamo farlo noi che ci ispiriamo ai principi del Popolarismo. E allora dobbiamo adoperarci nella ricerca di opportuni meccanismi - assicurativi o di altro tipo - pronti a scattare quando gli automatismi funzionano. Ma dobbiamo anche adoperarci perché politica e cultura sappiano parlare agli imprenditori e sappiano richiamarli alle loro responsabilità, ai loro doveri, etici e morali, verso la comunità di cui fanno parte. Politica e cultura debbono far maturare negli imprenditori il senso dell'impegno civile, nella speranza che essi si aprano - in spirito solidaristico, in una prospettiva non di scambio ma di dono - ai bisogni degli altri.
Ben più complesso appare il compito di calare gli ideali del Popolarismo nell'organizzazione e gestione di tutte quelle attività che esulano dalla sfera della produzione d'impresa e non sono affidate, quindi, ai meccanismi di mercato. Qui occorre una grande opera di destatalizzazione, nel senso che lo Stato deve via via ritirarsi dalla gestione diretta di tali attività, che ora copre pressoché integralmente, per trasferirle nelle forme più adatte ai cittadini.
Destatalizzare non significa puramente e semplicemente privatizzare, nel senso - attribuito di regola a questo termine - di affidamento alle imprese e al mercato di compiti in precedenza svolti dallo Stato. Allo stesso modo non significa - come talora sembra ritenere, molto frettolosamente, l'opposizione nel nostro Paese - tagliare le spese; tagliare le imposte; ridurre, sempre e comunque, il ruolo del pubblico. Destatalizzare è un'operazione più complessa, che passa attraverso un diverso modo di porsi dello Stato rispetto a certe attività, a certi servizi di cui il cittadino ha bisogno: lo Stato rinuncia al ruolo di produttore e di interprete delle necessità delle persone e si limita a porre le condizioni perché i cittadini possano provvedervi direttamente - da soli o in concerto tra loro divenendo così attori, arbitri delle scelte su materie che li riguardano assai da vicino. Destatalizzare, insomma, non significa minore attenzione dello Stato e della politica in genere ai bisogni delle persone, soprattutto delle più deboli; significa soltanto manifestare questa attenzione in un modo diverso, in un modo che per un verso sia più rispettoso della persona, della sua dignità e dei suoi naturali diritti; per altro verso sia molto più efficace, proprio perché lascia maggiore spazio al soggetti interessati.
Nel nostro Paese, un progetto di destatalizzazione deve prendere le mosse da alcuni punti fermi, frutto in parte di constatazioni, in parte di ragionevoli assunti sul comportamento umano. Mi limito a indicare i principali:
a) nelle loro azioni, gli uomini non sono mossi solo dal tornaconto immediato; sono molte le persone disponibili a un impegno volontario gratuito in progetti di rilevanza sociale, soprattutto se esse possono scegliere il campo d'intervento e contribuire a definire le modalità della loro partecipazione. Questa naturale disponibilità degli uomini è una straordinaria risorsa, che andrà assumendo rilievo sempre maggiore in conseguenza dell'allungarsi della vita media. Anche se all'allungamento della vita media dovrà far seguito, di necessità, un aumento della durata della vita lavorativa, sembra pacifico che l'uomo del futuro dovrà dedicare sempre meno tempo al lavoro per guadagnarsi da vivere e, di conseguenza, disporre di sempre più tempo libero;
b) in uno spirito di mutualità, l'uomo - l'uomo comune - è disposto a sacrificarsi per le persone in difficoltà, se sa di poter contare sulla reciprocità quando fosse lui a trovarsi in situazioni di bisogno;
c) lo spirito d'iniziativa, la capacità di innovare e di intraprendere sono, per definizione, fattori indispensabili nell'attività d'impresa. Ma essi sono sommamente utili in tutte le attività umane che implicano produzione di servizi. Anche il sociale ha bisogno di imprenditori, ossia di persone capaci di cogliere i bisogni dei propri simili e di organizzare il modo per soddisfarli nella maniera migliore e ai costi più bassi. Naturalmente, l'imprenditore di cui ha bisogno il sociale è un soggetto per certi versi diverso da quello tutto volto al profitto, nella rappresentazione un po' stilizzata che ne dà la scienza economica. È un soggetto che non opera nella logica del profitto, ma almeno in parte nella logica del dono. Imprenditori di questo tipo esistono e tutti noi ne conosciamo qualcuno. Li potremmo chiamare imprenditori sociali, perché fanno le medesime cose dell'imprenditore tout court ma per finalità diverse. Per attuare efficacemente un processo di destatalizzazione queste figure sono fondamentali. Potenzialmente la nostra società è ricca di imprenditori sociali, nel senso ora dato a questa espressione. Tocca alla politica farli emergere, dar loro l'occasione di cimentarsi;
d) come la persona fisica, anche l'impresa - nonostante punti al profitto - può essere disponibile a svolgere attività su basi volontarie e gratuite, a sostegno di iniziative socialmente utili. Si parla in proposito di volontariato d'impresa. Alla radice di questo tipo di volontariato, vi è la constatazione che - per produrre - qualunque impresa deve disporre di una struttura produttiva, intesa come coordinato insieme di uomini e mezzi, i cui costi hanno carattere di rigidità, nel senso che sono indipendenti dal grado di utilizzazione della struttura stessa. Ne deriva che, in date condizioni, un'impresa potrebbe fornire determinate prestazioni senza alcun aggravio di costo o con costi trascurabili mentre tali prestazioni potrebbero avere apprezzabile valore per il destinatario, in funzione del prezzo che altrimenti egli avrebbe dovuto pagare. In questo divario tra l'utilità per il destinatario e il costo per il donante sta il fondamento, anche economico, del volontariato d'impresa. Nel nostro Paese, nonostante le non lievi complicazioni burocratiche, vi sono interessanti esempi di volontariato d'impresa a favore di organismi no profit. Ma è chiaro che essi potrebbero moltiplicarsi se si rimuovessero quelle complicazioni e, ancor più, se si adottassero misure idonee a incoraggiare simili forme di collaborazione.
Muovendo da questi punti fermi, una politica che voglia destatalizzare la società italiana deve agire contemporaneamente su due leve: l'una culturale e l'altra economico-fiscale. Occorre, innanzi tutto, dare un chiaro messaggio intorno alla superiorità etico-pratica dell'azione individuale sull'azione statale, anche nel variegato campo del sociale; occorre risvegliare in tutti gli italiani l'orgoglio di appartenenza a una comunità che è ricca di storia e, se può contare sull'impegno di tutti, ricca anche di prospettive; occorre risvegliare in tutti il senso dei doveri civili. È un messaggio che va dato con insistenza e con adeguate tecniche di comunicazione, perché probabilmente i lunghi periodi di statalismo che abbiamo vissuto ci hanno impigrito e hanno appannato la nostra immaginazione. A questo forte messaggio, va unito un ben calibrato insieme di provvedimenti (fiscali ma non solo fiscali) volti innanzi tutto a consentire ai cittadini - in tutti i casi in cui ciò sia possibile - di scegliere se accedere al servizio pubblico, ricevendo più o meno gratuitamente le relative prestazioni o se provvedervi direttamente, ma ottenendo dallo Stato un sostegno finanziario pari al costo che esso sostiene per rendere quelle date prestazioni. E ad attivare tutte quelle energie largamente presenti nella società e disponibili a impegnarsi volontariamente per promuovere e sviluppare iniziative che - secondo il comune sentire - sono utili alla crescita sociale e civile della comunità e alle quali dovrebbe comunque provvedere in qualche modo lo Stato.
In materia di libertà di scelta dei cittadini, bisogna cominciare dalla scuola e dalla sanità: due settori nei quali, nonostante le apparenze, cresce lo statalismo e, con esso, la disattenzione per i ceti economicamente più deboli. Soprattutto per la scuola, non c'è più tempo da perdere. Il suo malfunzionamento rischia - tra l'altro - di infliggere un colpo grave alla nostra economia e alle sue prospettive di crescita, in un contesto sempre più competitivo e selettivo. La scuola va liberalizzata e lo strumento non può che essere il buono scuola, d'importo non lontano dal costo per alunno che lo Stato sostiene nei vari ordini e gradi di istruzione. Per questa via, ogni studente è in grado di decidere liberamente, e senza alcun onere, se frequentare la scuola statale o una scuola privata più rispondente ai suoi gusti e ai suoi progetti. Una riforma di questo tipo va attuata con gradualità, anche per ridurre i disagi delle persone coinvolte. È indispensabile, tuttavia, che se ne decida rapidamente l'adozione, sia per fermare il preoccupante degrado in atto, sia per dar tempo a tutti coloro (associazioni di famiglie e di insegnanti, fondazioni e aggregazioni varie) che hanno idee e progetti di mettere a punto le loro proposte e le loro offerte in materia di formazione scolastica e universitaria. Nel campo della formazione professionale, in particolare, bisogna incoraggiare iniziative da parte di associazioni professionali e di categoria, in grado di disegnare percorsi formativi rispondenti anche alle esigenze del mondo del lavoro.
Analogamente per la sanità. Anche qui occorre introdurre qualcosa di simile al buono scuola e cioè uno strumento che consenta di scegliere. Nell'attuale situazione del nostro Paese si potrebbe, in via sperimentale, pensare, ad esempio, a una formula che consenta al cittadino di rinunciare alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale - ricevendo in cambio un importo pari al costo medio che il Servizio sostiene per ogni assistito - e di provvedere alla copertura del rischio sanitario con forme di assicurazione obbligatoria anche di tipo mutualistico. È solo un esempio a cui evidentemente se ne potrebbero aggiungere altri, ugualmente idonei a introdurre elementi di efficienza e di sana competizione nella gestione delle attività sanitarie e a dare al cittadino il diritto di decidere da chi e come farsi curare.
Per promuovere l'impegno volontario delle persone in campi socialmente rilevanti e stimolarne la capacità d'iniziativa, uno degli strumenti più adatti è certamente quello tributario. Occorre puntare sulla deducibilità fiscale dei contributi dati dai cittadini alle istituzioni no profit che perseguono finalità d'interesse generale, opportunamente individuate. I contributi vanno dedotti non dal reddito imponibile ma direttamente dalle imposte dovute, allo scopo di non penalizzare persone a basso reddito e con bassa aliquota marginale. La misura della deducibilità può variare da un minimo del 30-40% a un massimo del 90-95%, a seconda della rilevanza sociale che la comunità attribuisce all'attività svolta dal soggetto beneficiario. È chiaro che quando la deducibilità è spinta fino al 90-95% il peso della contribuzione ricade praticamente sullo Stato (che rinuncia a entrate tributarie pressoché pari al contributo donato dal cittadino all'istituzione no profit); e questo evidentemente ha senso per quelle attività che - in assenza di iniziativa privata - lo Stato dovrebbe comunque svolgere. Con questa formula, il finanziamento di certe attività ritenute d'interesse generale rimane sostanzialmente a carico dello Stato, ma la loro gestione viene affidata a organismi no profit privati, scelti liberamente da altri privati i quali, per avere questa possibilità di scelta, debbono in qualche modo contribuire all'onere del finanziamento. Per questa via, si introducono nel finanziamento e nella gestione di attività d'interesse generale, diffusi meccanismi di selezione e di controllo, dai quali è lecito attendersi effetti positivi sull'efficienza delle risorse pubbliche e private impiegate e sulla congruità dei risultati raggiunti dalle istituzioni finanziate.
Meccanismi di questo tipo sono particolarmente adatti per promuovere - attraverso strutture no profit - l'iniziativa privata in campo assistenziale, culturale e scientifico; e ancora per gli aiuti ai Paesi poveri e per il finanziamento della politica e dei partiti politici. A quest'ultimo proposito, credo che dobbiamo porci senza infingimenti il problema del finanziamento della politica. La politica ha bisogno dei partiti, i partiti costano, ed è difficile finanziarli solo con contributi privati. Una formula del tipo descritto che associa pubblico e privato, potrebbe ben funzionare. In verità la normativa fiscale del nostro Paese prevede qualche esempio del meccanismo qui descritto. Ma si tratta di timidi tentativi sostanzialmente inefficaci, perché applicati a casi molto particolari, perché non sufficientemente divulgati e, soprattutto, perché la misura della deducibilità è assai limitata.
Sono convinto che introducendo questi strumenti su vasta scala, accompagnandoli con consistenti deduzioni e presentandoli all'opinione pubblica come il portato di un profondo cambiamento del rapporto Stato-cittadino, Stato-società, assisteremmo nel giro di qualche anno - grazie alla generosità e alla fantasia degli italiani - a una grande fioritura di iniziative capaci di migliorare largamente il nostro tessuto sociale e civile.
Non ho certamente inteso tracciare qui un programma politico. Ho voluto solo mettere a fuoco la distanza che separa la politica del nostro Paese dagli ideali propri del Popolarismo. Il Mep fa appello a tutti i partiti che si richiamano a quegli ideali e che, in Europa, aderiscono al Partito popolare europeo perché si organizzino per elaborare un programma comune: un programma che ponga al centro della politica la persona umana. Un programma che sappia riavvicinare le persone alla politica, che sappia indicare con chiarezza e con coraggio le cose da fare; un programma, infine, che sappia armonizzare la durezza della competizione economica con la tutela dei deboli. E per far questo basta attingere alla nostra cultura, ai valori del Popolarismo: non abbiamo bisogno di esplorare improbabili terze vie.
relazione all'incontro Dai Popolarismi nazionali al Partito popolare europeo (Roma, 24 maggio 2000)
Pellegrino Capaldo