
Come ho cercato di dimostrare in un breve articolo nel secondo numero di Fl, i due statisti Einaudi e De Gasperi sono oggi facilmente rinvenibili in alcune importanti affermazioni e proposte di politica economica. Tuttavia, le vicende politiche degli ultimi decenni hanno rapidamente cancellato questi felici e importanti propositi e hanno avviato il nostro Paese lungo un sentiero di sviluppo della politica economica che ci ha portato ben lontano dalle potenzialità che l'economia sociale di mercato ante litteram proposta da De Gasperi ed Einaudi poteva invece produrre. Una delle prime domande da porsi è perché nel nostro Paese, sempre distratto rispetto alle grandi questioni e invece sempre attento al contingente, si registri questo rinnovato interesse per l'economia sociale di mercato: concetto e dottrina alla base dell'azione per la politica non solo economica, ma che certamente negli ultimi anni si è scontrato con problemi di adattamento ai tempi, con la necessità di trovare nuove motivazioni, nuovo vigore e risposte ai cambiamenti epocali che in mezzo secolo si sono verificati. Ritengo che, da parte di alcuni, vi sia un naturale interesse per questa materia, mentre da parte di altri vi è un uso strumentale di queste tematiche. Siccome il liberismo in materia economica è certamente la dottrina oggi dominante sul piano mondiale (addirittura la Cina sta sgomitando per entrare nell'organizzazione mondiale del commercio), è chiaro che anche chi non ne è particolarmente convinto cerca strumentalmente di agganciarsi a quegli sviluppi che l'economia sociale di mercato sembrerebbe garantire.
Ciò sottintende implicazioni molto profonde e importanti. Sono infatti chiari i limiti della politica economica tradizionale, prevalentemente basata sul management della domanda: tuttavia il progetto di legge finanziaria prevede ancora questo tipo di impostazione, del tutto estranea, non finalizzata a quell'efficienza che sta alla base del concetto stesso di economia sociale di mercato. Non a caso leggiamo sui giornali che l'Italia è l'ultimo Paese tra i più industrializzati per livelli di competitività; e sentiamo richiami accorati su questo problema di fondo, che spiega perché lo sviluppo nel nostro Paese sia ormai inferiore a quello degli altri partner e le nostre questioni interne più difficili da risolvere. Nonostante ciò, una politica dalla parte dell'offerta, con il recupero di efficienza del sistema produttivo come fulcro, non è ancora vista come la questione di fondo da affrontare e sulla quale far convergere le risorse a disposizione.
Dicevamo all'inizio delle intuizioni, potremmo dire quasi profetiche, di Einaudi e De Gasperi. Mi sono soffermato, in quell'articolo per Fl, su alcuni aspetti di politica economica in generale, ma anche, più nello specifico, di politica industriale, di politica della concorrenza e naturalmente, dati i miei interessi, anche sulle questioni europee e transatlantiche. E citavo dagli scritti di De Gasperi sulle questioni europee, una sua considerazione sul fatto che la causa dell'unità europea, così decisiva e universale, fosse divenuta oggetto di contrattazione ministeriale: un triste presagio anche per l'avvenire che ha trovato attuazione mentre tentiamo di costruire un'Europa più coesa sul piano politico scontrandoci però con guerricciole quotidiane per la tutela di interessi di parte, senza una visione dell'interesse comune. La previsione pessimistica di De Gasperi dimostra come spesso nell'andare in cerca di soluzioni adeguate ai problemi con i quali ci confrontiamo, andiamo a riflettere su novità presunte dimenticandoci gli insegnamenti della storia ma, soprattutto, gli insegnamenti di chi, con maggiore intelligenza della nostra, ha affrontato in condizioni ben più difficili problemi simili. Alla fine, e succede normalmente, sembra di aver scoperto l'acqua calda, con grande clamore poi da parte del sistema mediatico.
Questo vale per il concetto di «terza via», su cui si è speso tempo, consumati fiumi di inchiostro e organizzate riunioni molto costose da vari punti di vista. Perché, così come è stato presentato, non può che riportarci all'impostazione di fondo dell'economia sociale di mercato, cioè al tentativo di coniugare efficienza e momento solidaristico, aspetti redistributivi nella gestione delle risorse prodotte. Il sospetto che viene è che l'utilizzo fatto del concetto di «terza via» non sia l'utilizzo positivo di una strategia convinta da perseguire quale base dell'impostazione della politica economica sociale e della politica tout court, bensì il tentativo, in negativo, di conciliare le idee dominanti in materia di politica economica con le vecchie impostazioni a cui si è rimasti, tutto sommato, affezionati: lo statalismo, il dirigismo, l'accentramento. Occorre dunque stare attenti ai falsi profeti, si direbbe in altri contesti, cioè a coloro che sposano questi concetti contando sulla scarsa possibilità di adeguati approfondimenti da parte degli interlocutori: insomma, attenti a coloro che si presentano con un'apparenza ben diversa rispetto alla sostanza.
Ma torniamo a riflettere sulla «nuova» economia sociale di mercato. Abbiamo già detto dell'esperienza tedesca: il tema di fondo da perseguire per l'efficienza complessiva è non mescolare la ricerca dell'efficienza da parte del sistema produttivo nella produzione delle risorse, al momento altrettanto importante dell'utilizzo delle stesse, con chiara attenzione per gli aspetti sociali e solidaristici. Confusione che ha a lungo caratterizzato invece l'impostazione in materia nel nostro Paese, e non solo nel nostro Paese, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. Efficienza e aspetti sociali, quindi, al centro dell'attenzione, tenuti coniugati ma separati; enfasi sul ruolo del capitale umano quale fattore fondamentale dello sviluppo. Ne Il vantaggio competitivo delle nazioni, il famoso libro di Porter, nella parte dedicata alla Germania, la spiegazione di fondo del successo economico tedesco è individuata oltre che in una adeguata linea generale di politica economica proprio nell'enfasi posta sullo sviluppo delle risorse umane, non sulle miniere di carbone o altre cose del genere.
Insomma, un assetto istituzionale che partendo dal federalismo, per motivi a tutti noti, pone in atto una vera sussidiarietà, una vera responsabilizzazione dei vari livelli di governo e non invece una sorta di magnanima elargizione un po' di risorse, un po' di capacità operative decisionali da parte di un potere centrale. Quindi vera sussidiarietà nel contesto della sede istituzionale che poi, inevitabilmente, stimola forme di democrazia economica nell'ambito più propriamente afferente al funzionamento del sistema produttivo e quindi anche lì ricerca di efficienza. Però grande attenzione per la dimensione sociale che deve essere presente ma non deve interferire più di tanto. I vari istituti del sistema tedesco al riguardo sono a tutti ben noti.
Spesso non si coglie che la vera natura del trattato di Maastricht consiste nel tentativo di adeguare il modello dell'economia sociale di mercato alla nuova realtà dei tempi, caratterizzata dalle sfide poste dalla globalizzazione e dai nuovi impegni cui gli stati dell'Unione europea erano chiamati all'inizio dello scorso decennio dopo il crollo del sistema comunista; quindi necessità di riuscire a trovare nuovo vigore, dal punto di vista della produzione delle risorse, al fine di avere appunto le risorse necessarie per fronteggiare le sfide a livello mondiale e ai propri confini. Tra l'altro, leggendo appunto il trattato di Maastricht nel preambolo, tutto ciò è detto chiaramente. Certo non si parla esplicitamente di economia sociale di mercato, ma sono descritti con chiarezza gli obiettivi di fondo: creare un contesto il più favorevole possibile al recupero di uno sviluppo economico adeguato; una marcata attenzione alla promozione di livelli di benessere più soddisfacenti e, più generalmente, alla dimensione sociale del nostro essere insieme. Tuttavia la gran parte dei commentatori ha colto nel trattato di Maastricht semplicemente un insieme di prescrizioni tecniche al fine di arrivare a un determinato obiettivo, cioè la moneta unica e l'unione economica e monetaria; certamente è vero, ma questo non è un obiettivo, bensì uno strumento per poter riproporre in termini ancora più efficaci e promettenti una linea di politica economica che da Adenauer ha trovato in Kohl la sua massima espressione in quel particolare momento storico.
Certo per portare avanti idee di questo tipo, come Einaudi e De Gasperi ci hanno insegnato, ci vuole una classe politica adeguata. Purtroppo, ciò che non è andato secondo le previsioni nell'attuazione e nell'implementazione di questa seconda fase della rinnovata economia sociale di mercato - cioè il trattato di Maastrich e i suoi successivi sviluppi in preparazione della terza fase dell'unione economica e monetaria - è stato il rinnovamento drammatico della classe politica al governo nei vari Paesi europei, rispetto alla situazione del 1992, quando il trattato è stato firmato. All'inizio del 1998, diciamo nel periodo 1998-99, ci siamo ritrovati in una situazione completamente diversa, che aveva di fatto messo da parte queste linee guida. Certo, nessun membro dell'attuale governo tedesco affermerà mai di non credere più in quanto è stato firmato e ratificato tra il 1992 e il 1993, e non si sognerà neanche di dire che le proposte dei collaboratori più stretti di Kohl, tipo il patto di crescita stabilità proposto da Weigel e altre ancora, siano cose da eliminare, però oggi è a dir poco scioccante constatare che un Paese come la Germania, che per decenni ha perseguito un ruolo anche di pivot mediatico per mantenere la tensione sulle linee fondamentali della politica economica del governo basata su un marco forte, improvvisamente gradisce quel modello svalutazionista che invece l'Italia ha tentato di mettere da parte, e che da tutti era additato come la peggiore ricetta possibile da applicare in materia di politica economica.
L'euro debole, che riempie di commenti, a volte con accenti abbastanza incomprensibili, le pagine dei nostri giornali sembra gradito al governo tedesco, e ciò dimostra come certe linee guida portanti dell'impostazione della politica economica siano state totalmente accantonate. C'è dunque bisogno di un lavoro oltre che politico anche culturale per recuperare certi concetti di fondo, altrimenti continueremo a barcamenarci come sistema-Europa: ma essendo, in quanto sistema-Italia, il vaso di coccio tra quelli più robusti, saremo i primi a pagarne le conseguenze. Se non supereremo questa ambiguità, con la forma, i trattati, le dichiarazioni solenni e i comportamenti pratici, questa stagione di scarsi risultati poco promettenti rischia di perdurare.
Rispetto a quel tentativo di adeguamento dell'economia sociale di mercato operato all'inizio degli anni Novanta, oggi ci troviamo di fronte a nuovi temi che hanno a che fare con la dimensione geografica della questione. Da un lato, la globalizzazione, che già allora era alla base delle preoccupazioni e che suggeriva tentativi di adeguamento: ovviamente non si è fermata, anzi ha subito un'accelerazione ponendoci il problema di come conciliare il nostro modello economico e sociale con quella realtà che - piaccia o no - si va affermando a livello mondiale. Dall'altro, dovremo cercare di convivere, per un buon numero di anni ancora, con una dimensione geografica che ha a che fare con il futuro prossimo dell'Unione europea. Perché uscendo dalla dimensione nazionale, nel momento in cui avremo una serie di nuovi partner portatori non tanto di pretese politiche ma soprattutto di gravi problemi, diverrà molto più drammatico di oggi produrre risorse adeguate da utilizzare in una dimensione intelligentemente redistributiva. Per non parlare poi dei nostri confini, del Mediterraneo mare nostrum... Ritrovare dunque una dimensione sociale in un contesto in cui più nessuno ha fiducia in quello che lo Stato, inteso come apparato centrale, è in grado di fare, è quanto mai problematico. Occorre perciò ripercorrere il concetto a tutti noi caro della sussidiarietà e delle sue possibili applicazioni.
Vi è poi il tema delle grandi questioni economiche che stiamo sempre più mettendo a fuoco ma rispetto alle quali non si intraprendono le azioni necessarie. Limitandoci alle questioni interne europee, ad esempio, abbiamo realizzato solo a metà il disegno dell'Unione economica e monetaria: perché c'è l'unione monetaria ma non c'è l'unione economica. È stata infatti impostata una riforma economica del tipo delineato al Consiglio europeo di Cardiff, tale da adeguare l'economia reale alle esigenze del nuovo contesto competitivo; adeguamento voluto per poter migliorare le possibilità di recupero, di efficienza e di competitività, senza il quale sia l'aspetto efficientistico che l'aspetto redistributivo potranno funzionare ben al di sotto delle loro effettive potenzialità.
relazione al convegno della fondazione liberal Il liberismo sociale (Roma, 20 ottobre 2000)
Carlo Secchi