
È ormai quasi dieci anni che il nostro Paese vive una fase storica che tutti chiamiamo transizione. Eppure della tanto agognata Seconda Repubblica non si vede nemmeno l'ombra. Nessuna grande riforma dello Stato è stata concepita. E la Bicamerale è naufragata nel vortice di un clamoroso vuoto di leadership. Nessuna grande riforma del Welfare, del mercato del lavoro, del sistema fiscale. Si è sempre e solo navigato a vista. Siamo entrati in Europa, e ne va dato merito alla classe politica e a noi tutti: ma ci siamo entrati per il rotto della cuffia senza aver dotato il Paese né della forza politica né della forza produttiva per reggere l'urto della nuova economia. In queste condizioni il futuro non può che apparirci assai incerto, e persino minaccioso, perché l'Italia è costretta ad attenderlo. Non a prepararlo.
Intanto la confusione politica cresce. I fili di ciò che una volta si chiamava interesse generale si vanno disperdendo in un puzzle di rancori e di risentimenti trasversali. Questo avviene perché l'Italia non ha affrontato il nuovo tempo storico animata dal sacro fuoco della verità, quanto piuttosto eccitata dall'avida frenesia del carpe diem. Nessuno ha fatto seriamente i conti con la storia del Paese. Più di un attore politico, invece, ha solo cercato di «usarla» in chiave giustizialista all'unico fine di approfittare delle circostanze per accrescere il proprio potere. E non c'è bisogno di aver letto Hegel, Croce o Vico per sapere che un popolo che non ha rispetto per il proprio passato non può essere in grado di preparare con serenità il proprio futuro. Le bugie, sia quelle raccontate per edulcorare la storia, sia quelle diffuse per annullarla, hanno le gambe corte. Una nazione è una casa di vetro e, alla fine, come ricordava Churchill, si può ingannare poche persone per tanto tempo o molte persone per poco tempo, ma non si può ingannare molte persone per tanto tempo. È vero che oggi l'Italia ha bisogno di nuovi pensieri, di nuove frontiere, di costruire nuove storie politiche. Ma non è affatto vero che essa, come fosse un grande orfanotrofio culturale, sia costretta a partire da zero. O meglio: alcuni devono certamente ripartire da zero. Ma non tutti: il pantheon di «padri della patria», che rivisitiamo in questo convegno, sta lì a dimostrarlo. Sarebbe un grave errore rassegnarsi all'attuale desertificazione culturale, alla suggestione di poter vivere senza memoria e senza progetti, magari perché noi, viandanti del post-moderno, saremmo inesorabilmente obbligati ad accettare il destino del «pensiero debole». Al contrario: è nostra convinzione che il deficit del debito pubblico sia stato e sia anche figlio del pubblico deficit di pensiero e che, mai come in questo momento, il Paese senta il bisogno vitale di una classe dirigente capace di proporre idee forti, in grado di chiudere finalmente la transizione e di disegnare il governo di una nuova modernizzazione italiana.
C'è bisogno, a ben vedere, di un'operazione storico-politica all'altezza di quella concepita e realizzata, nel dopoguerra, da De Gasperi e Einaudi. Diversa perché diverso e migliore è il Paese che abbiamo davanti e diversi sono i problemi che l'attualità del mondo propone. Ma anche simile: perché, oggi come allora, si avverte la necessità di rispondere a una generale «crisi di fiducia» degli italiani verso il proprio Paese, perché, cito De Gasperi, «senza una ripresa della coscienza morale di tutte le classi del popolo italiano, la ricostruzione materiale e civile è impossibile». Ma simile sopratutto perché, oggi come allora, bisogna definire una nuova carta delle libertà italiane, una nuova filosofia del contratto sociale, una nuova declinazione dei diritti e dei doveri nazionali. In fin dei conti, oggi come allora, bisogna definire un nuovo ordine politico.
Finora il sistema italiano si è caratterizzato lungo la triade partiti-Stato-sindacati mentre il tempo che avanza richiede nuove configurazioni di legittimità anche lungo l'asse individui-comunità-governo. Il Paese, dopo la grande rivoluzione democratica della fine degli anni Quaranta, ha ora bisogno di incontrare una grande rivoluzione liberale. A parole, come si sa, nessuno nega tale bisogno. Anzi la parola liberale è diventata una sorta di passepartout. Ma i fatti, renitenti e randagi, seguono, purtroppo, un'altra direzione. Tanto da rendere ormai pungente, presso i settori più avvertiti della classe dirigente, ma anche tra la gente comune, un angoscioso dubbio: la politica nazionale sarà davvero in grado di ridefinire se stessa e di ricostruire il Paese o siamo invece destinati a vivere un tramonto con conseguenze, allo stato, non immaginabili?
La politica degli ultimi anni, schiava dell'effimero, non sa più ascoltare il respiro del Paese e ignora gli allarmi di decadenza che giungono dall'istruzione, dalla ricerca, da tutti i più importanti indicatori della nostra competitività. Eppure per l'Italia l'alternativa tra declino e rinascita non è materia di futurologi. Essa è scommessa dell'attualità. La costruzione di una nuova classe dirigente, in grado di vincere questa scommessa richiede tempo, non può essere una guerra lampo. Ci sarà forse bisogno, dato lo stato di sfibramento socio-culturale del Paese, del volgere di alcune generazioni. Va allora immaginata una lunga marcia culturale per riscrivere linguaggi, riti, comportamenti comuni, gli ingredienti di una nuova koinè civile che riallochi la filosofia del nostro sistema politico nell'architettura delle democrazie occidentali. Ma questa marcia va cominciata subito. Occorre dare un forte e coinvolgente segnale di partenza che annunci ed enunci il cammino. La domanda allora diventa una: chi può essere lo starter? Quali soggetti e quali contenuti possono agire da coagulo?
La nostra convinzione è che a tal fine debbano e possano unirsi, le tre grandi aree del riformismo liberale: quella del cattolicesimo liberale, quella del riformismo laico, quella del liberal-socialismo. Dando vita a una inedita stagione culturale e politica e a uno stabile patto di governo. Non si tratta, infatti, di riuscire a «galleggiare» nella palude quotidiana ma di creare condizioni di consenso così ampie da poter vincere la sfida della modernizzazione. Gli eredi di De Gasperi, Sturzo ed Einaudi, dell'ispirazione della Dc e del liberalismo storico, quelli di La Malfa e Rossi, dell'azionismo più intransigente contro l'assistenzialismo, e infine gli alfieri di quel socialismo liberale che, nella nostra storia, sale da Salvemini a Saragat fino al Craxi del saggio su Proudhon, possono ritrovare i fili di un progetto comune che, liberandosi delle scorie del passato, proponga al Paese un serio orizzonte riformatore.
Non è una tesi ispirata solo da preferenze culturali o, peggio, da convenienze di circostanza. Essa nasce, viceversa, da un'obiettiva analisi dello svolgimento della transizione italiana. Alla metà degli anni Novanta sembrò a molti che, in forza della storia culturale del Paese, della vischiosità del suo sistema politico-sindacale ma anche a causa delle distorsioni prodotte dall'operazione Mani Pulite, solo la sinistra fosse in grado di guidare, con affidabilità, il compimento della transizione. Di questa opinione si fece paladino anche l'avvocato Agnelli: ed essa finì per essere accettata da gran parte dell'establishment, e discretamente diffusa su quasi tutti i media. Non è questa la sede per discutere i guasti prodotti da questo teorema, specie in relazione allo storico trasformismo delle oligarchie italiane. Quel che mette conto oggi rilevare è che tale convinzione, alla luce dei fatti, si è rivelata errata.
L'approdo liberale della sinistra non si è compiuto. Lungi dal dimostrarsi in grado di poter ottenere con maggiore facilità il consenso del sindacato sulle riforme di Welfare, fisco e mercato del lavoro, le diverse leadership dei Ds si sono piuttosto trovate ostaggio di un mondo nel quale tra Bertinotti, Cossutta, sinistra ds e verdi, perfino il sindacalismo di Cofferati rappresenta una posizione di equilibrio. Del resto: di fronte all'ipotesi più verosimile ed efficace di leadership centrista, cioè quella di Romano Prodi, sono emersi, al fine di stroncarla, tutti i tic ideologici dell'area post-comunista. Essi consistono ancora, essenzialmente, nel difetto di ogni mentalità integralista, di destra o di sinistra, ciò che Luigi Einaudi definiva come la presunzione di essere l'oracolo della verità, l'unico ente legittimato a smascherare gli errori e a rivelarli al popolo. La sinistra italiana, non avendone per altro alcun titolo, non ha mai rinunciato a sentirsi una sorta di «commissione d'esame» del tasso di democrazia di ciascun attore pubblico. Questa fastidiosa attitudine, accompagnata dal sostanziale rifiuto di cedere verso il centro, qualsiasi porzione di sovranità politica, che era poi la precondizione perché l'Ulivo di Prodi potesse affermarsi, la rende oggi incapace di rappresentare le qualità necessarie per governare la modernizzazione italiana.
Il sogno di una sinistra liberale è, per ora, un sogno archiviato. E non è un dato confortante: perché ci dice che esiste ancora in Italia un vasto insediamento culturale e sociale totalmente refrattario alla dialettica dell'alternanza, che vive la propria eventuale sconfitta come la sconfitta della democrazia tout court. Si tratta di un cortocircuto pericoloso per la libertà di tutti. Tra l'altro, il perverso cocktail tra quest'area di insediamento antagonista, e l'opposta necessità dei leader di mostrasi aperti a innovazioni liberali, non ha creato una nuova identità: quanto piuttosto l'immeschinirsi di quella che fu una dolorosa ma grande tradizione in una sorta di qualunquismo del potere, per cui si può affermare tutto e il contrario di tutto, si può essere guidati indifferentemente da qualsiasi leader, in una totale indifferenza progettuale, pur di continuare a restare a galla. Si può osannare il Papa, vezzeggiare Clinton e coccolare De Mita e Mastella ma si può poi anche scrivere, in un testo ufficiale, che Dc, Vaticano e Cia guidarono il partito delle stragi. Così la politica, già screditata, offre davvero il suo volto più basso.
Ma c'è anche un'altra ragione obiettiva che milita a favore dell'unione di tutto il riformismo liberale. All'inizio degli anni Novanta trionfò la suggestione, e anche chi vi parla non ne fu immune, che il neonato bipolarismo potesse assumere come stella polare il modello americano. Da un lato, cioè, una coalizione che puntava a costituirsi come una sorta di Partito Democratico, figlio dell'oltrepassamento politico e organizzativo del Pci e della diaspora del mondo democristiano e socialista. E, dall'altra un Polo che tendeva a somigliare al Partito Repubblicano, un po' liberale, un po' cattolico, un po' reaganiano, frutto dell'intesa tra Forza Italia, Lega e Alleanza Nazionale. Non so se questo schema fosse sbagliato: ma quel che è certo è che esso, comunque, è fallito. Per tantissimi motivi storici e culturali: tra i quali pesa come un macigno l'indisponibilità quasi «teologica» dei postcomunisti di prendere in considerazione qualsivoglia superamento formale del loro partito e della loro vocazione egemonica. L'estromissione di Prodi ha avuto anche questo effetto: mettere una pietra tombale sull'ipotesi del Partito Democratico, sull'idea che l'Ulivo potesse sostituire i precedenti partiti. Perciò la lista Margherita appare oggi solo un inutile accanimento botanico-terapeutico perché continuare a far riferimento al modello americano significa solo far perdere tempo prezioso a un Paese che ha invece fame di approdare a una definitiva stabilità del suo sistema.
Risulta oggi, infatti, del tutto evidente che aveva ragione chi riteneva che, sopratutto in forza del grande radicamento del popolarismo italiano, il modello bipolare più in sintonia con l'Italia fosse quello continentale, in specie nelle sue versioni spagnola o tedesca. E se leggiamo gli avvenimenti con onestà non si può non ammettere che essi, proprio lì, ci stanno indirizzando. A dimostrazione che la storia è più forte di qualsiasi ingegneria.
Qualcuno ritiene impossibile che laici e cattolici possano collaborare su un comune terreno liberale. A parte il fatto che collaborare non significa essere sempre d'accordo su tutto, questa obiezione dimostra come parte della nostra cultura sia ancora, purtroppo, rimasta ferma alla breccia di Porta Pia. L'Italia è l'unico Paese occidentale dove le categorie di laico e cattolico siano usate come indicatrici di identità politica. È venuto il momento di superare tale anomalia ricordando come la civiltà cristiana e il pensiero liberale, ponendo entrambi l'uomo e non lo Stato al centro della storia, abbiano cooperato per costruire la libertà dei moderni. E la più grande costituzione liberale dei nostri tempi, quella americana, si fonda esattamente su valori opposti all'antinomia che da noi viene ancora agitata segnando una provincialissima specialità italiana. Anche in Germania, dove pure agisce una grande tradizione cristiano-democratica, nessuno si sogna di definire il partito di Kohl come il «partito cattolico» o di pensare che, per questo, la Cdu sia contraria a una concezione liberale dell'individuo, della società, del mercato. Anche da noi la Dc non è certo stato quel partito confessionale e retrivo che molti oggi comodamente dipingono. Altrimenti non avrebbe governato a lungo. E torna qui utile una citazione di De Gasperi: «Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l'uomo e poi lo Stato».
Comunque oggi nessuno può pensare di rifare la Dc: bisogna invece immaginare, anche per l'Italia, il raggiungimento di quel grande traguardo che Aznar chiama Centro riformista, nuova identità laico- cattolica dell'unione tra popolarismo e liberalismo. Ci sono già molte forze politiche che lavorano a quest'obiettivo: da Forza Italia al Ccd-Cdu, dalla fondazione di D'Antoni al Mep di Capaldo, fino alle tradizioni socialiste e repubblicane offese dall'egemonismo postcomunista e preoccupate per i segnali di decadenza del sistema-Italia. Se la forza più grande, quella rappresentata da Silvio Berlusconi, saprà essere lungimirante e quelle più piccole sapranno far prevalere le ragioni dell'unione sulle pur naturali esigenze di distinzione; ma sopratutto: se tutte insieme si doteranno di un progetto di governo credibile e incisivo, ci sarà finalmente l'avvio di un processo virtuoso della transizione, e l'Italia potrebbe uscire dal tunnel in cui è stata cacciata.
Un processo virtuoso di questa natura finirebbe, tra l'altro, per essere inevitabilmente contagioso. Da una parte renderebbe ancora più forte il percorso di legittimazione della destra italiana e più evidente il «rientro» della Lega dalle ipotesi secessioniste. Dall'altra potrebbe stimolare la sinistra a sciogliere i nodi che finora non ha saputo affrontare.
Ma c'è qualcosa di più: l'unione del riformismo liberale si presenta come l'unica chance che l'Italia ha oggi a disposizione per unire il Nord e il Sud del Paese nel progetto di integrazione europea. La crisi di modernità della sinistra ha infatti finito per accentuare, perfino al livello della rappresentanza politica, la spaccatura in due del Paese. Il protrarsi di questa anomalia sistemica per la quale i governi di Roma, senza peraltro caratterizzarsi come governi a favore del Sud, operino con l'opposizione di tutto il Nord, può risultare assai rischioso. Solo l'unione del riformismo liberale laico e cattolico, dunque, può oggi presentarsi come garante dell'unità nazionale.
A questo percorso strategico la fondazione liberal intende dare un contributo: non solo oggi ma anche attraverso la costituzione di un Forum permanente del riformismo liberale che cercherà di accompagnare culturalmente, sollecitandolo, l'obiettivo politico qui auspicato. Ma appunto: ogni ipotesi di unione può essere duratura solo se è in grado di esibire un pensiero forte che costituisca l'anima della casa comune e l'ispirazione di un programma di governo. Del resto, nel passato, le diverse aree del riformismo liberale hanno stipulato tra loro patti di potere: ma senza saperli dotare di una sufficiente condivisione di valori il che pesò e non poco. Un pensiero forte, dunque. Molti fra noi hanno pensato fosse giusto e convincente battezzarlo come «liberismo sociale».
Luigi Einaudi, nelle sue Prediche inutili, chiosando con favore «l'economia sociale di mercato», la politica lanciata con successo dal ministro dell'economia tedesco Ludwig Erhard, sosteneva che l'aggettivo «sociale» era in realtà da considerarsi un «riempitivo» allo scopo «meramente formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto "agitati sociali"». Accade un po' la stessa cosa anche a noi oggi. In primo luogo perché il liberismo sociale è, in buona sostanza, l'adattamento alla realtà moderna degli stessi principii di fondo, ma sopratutto perché in Italia il reparto «agitati sociali» è davvero molto frequentato. Tanto che è, finora, mediaticamente vincente l'idea che il liberismo sia per definizione selvaggio. È il momento, allora, di lanciare nel Paese una grande campagna di contro-informazione per rovesciare questa rozza, ignorante e frivola interpretazione. Opposta non solo ai testi ma contraria persino ai fatti che dalla Germania di Adenaeur ed Erhard a quella di Kohl, dall'Inghilterra della Thatcher all'America di Reagan (e poi anche di Clinton) fino alla Spagna di Aznar, dimostrano esattamente il contrario. Lasciamolo dire allo stesso Erhard: «Questa politica dell'economia sociale di mercato ha dato al mondo intero la dimostrazione che i suoi principii della libera concorrenza nella produzione, della libera scelta dei consumi, come pure della libera espansione della personalità, garantiscono successi economici e sociali migliori di qualunque specie d'economia ufficialmente diretta e vincolata»... «Sembra a me incomparabilmente più utile conseguire l'incremento del benessere mediante l'espansione economica anziché voler ricavare il benessere da una sterile lotta per una diversa distribuzione del reddito nazionale». «È molto più facile accordare a ciascuno una fetta più grossa di una torta che diventa sempre più grande che non voler trarre profitto da una lite per la divisione di una piccola torta perché, in questo caso, il vantaggio di uno deve essere sempre pagato dallo svantaggio di un altro».
Per molti di noi sono citazioni scontate ma non lo sono per la cultura media italiana che, nutrita a iniezioni di Keynes, sa a malapena chi siano Erhard e Hayek. Tommaso d'Aquino, poi, lo sente citare soltanto qualche volta dal governatore Fazio. Eppure sono passati interi decenni da quando già Luigi Einaudi contestò «la grossolana fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato» e che «Adamo Smith sia il campione dell'assoluto lasciar fare». «Sono bugie - diceva ancora Einaudi - che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici che non hanno mai letto nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in cosa esso consista». Purtroppo la situazione è ancora più o meno la stessa.
Lo spartiacque tra liberalismo e socialismo sta tutto nei differenti compiti assegnati allo Stato. «L'uomo liberale - scriveva Einaudi - pone la cornice, traccia i limiti dell'operare economico, l'uomo socialista indica e ordina le maniere dell'operare» E aggiungeva: «Ogni passo compiuto sulla via che va dalla legislazione di cornice a quella dirigistica è un passo verso la perdita della libertà. Nessuno può dire in generale quale sia il punto critico al di là del quale si affaccia il pericolo. Certo è che un punto critico, diverso da tempo a tempo, da Paese a Paese, esiste». Non so se l'onorevole Mussi vorrà iscrivere Einaudi a Forza Italia ma la nostra sensazione è che tale «punto critico» sia stato in Italia già superato. Lo Stato sociale ha da tempo smarrito la sua forza propulsiva, burocratizzandosi e creando zone di privilegio sociale e sindacale che contraddicono le finalità di equilibrio per le quali era nato. Esso produce ormai un livellamento verso il basso di prestazioni e servizi, e non riesce più a promuovere vero l'alto chi sta indietro nella scala sociale. Anche per questo, da noi, si è aperta una grande questione di libertà.
La nostra epoca dimostra la verità di uno dei principali assunti della teoria liberale: mercato e solidarietà non sono affatto due poli antagonisti come hanno voluto un certo cattolicesimo sociale e l'ortodossia di sinistra. Sono, al contrario concetti gemelli. Simul stabunt, simul cadent. Non si dà mercato in espansione dove non agiscano strumenti di solidarismo e di sussidiarietà e dove non via sia la creazione di universali opportunità di crescita. Non si dà vera solidarietà, viceversa, dove venga irrigidita o limitata la libertà del mercato. Risulta per altro sempre più comprovata, sopratutto di fronte alla forza del modello americano, che oggi la tutela dei più deboli e la lotta contro la nuova povertà passano essenzialmente per gli incentivi alla potenzialità d'impresa, per il superamento delle rigidità sindacali, per l'affermazione della filosofia della flessibilità. Il liberismo non è dunque selvaggio. È lo statalismo, al contrario, a essere classista e oligarchico.
C'è infine una rivoluzione culturale da realizzare in Italia, contestuale all'affermarsi del liberismo sociale: il superamento della falsa ma imperante equazione tra il concetto di pubblico e quello di statale. Solo in Italia questa confusione inquina, in modo così pesante, il discorso sociale. Scuola, sanità, servizi: un bene pubblico non cessa di essere tale se è gestito da imprese, associazioni, cooperative private e non dallo Stato. Il liberismo sociale è allora la filosofia di una democrazia aperta, fondata sulla tutela della persona e della sua dignità e sul protagonismo degli individui, nella quale la società civile, i corpi intermedi e le comunità dei cittadini acquistano responsabilità dirette nella gestione della cosa pubblica, cancellando la totale deresponsabilizzazione indotta da un Leviatano paternalista che prometteva, senza riuscirci, di pensare a noi, al posto nostro, lungo tutto l'arco della vita.
In conclusione: sta di fronte alle forze del riformismo liberale una grande occasione storica. Stringere un patto che chiuda la transizione, disegnando il nuovo ordine politico italiano. E diventando i protagonisti della necessaria modernizzazione. La storia d'Italia degli ultimi vent'anni, come sappiamo, è piena di occasioni perdute, di riforme mancate, di tempo sprecato. Ad esclusivo danno del Paese. Facciamo in modo che non accada così anche stavolta.
relazione al convegno della fondazione liberal Il liberismo sociale (Roma, 20 ottobre 2000)
Ferdinando Adornato