
In questi ultimi anni, nella polemica politica, alla parola liberismo è stato sempre accoppiato l'aggettivo "selvaggio", creando così una vera e propria deformazione del discorso pubblico che già Luigi Einaudi, decenni fa, aveva contestato come «la grossolana fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza di Stato». Questo è il motivo per cui, nel tornare a combattere la stessa battaglia di Einaudi, la fondazione liberal vuole affermare come soltanto una liberalizzazione del Paese possa dare speranza anche ai più deboli. Ecco dunque Il liberismo sociale, la versione aggiornata di quell'economia sociale di mercato che fu la filosofia della ricostruzione europea del dopoguerra. Come può diventare cultura di governo del nostro Paese? L'insieme dei saggi che proponiamo, raccolti negli ultimi mesi attraverso l'attività della fondazione, tenta di spiegarlo. Nella convinzione che oggi l'Italia ha bisogno di nuovi pensieri, di nuove frontiere, di costruire nuove storie politiche. Ha bisogno di un'operazione storico-politica che riconquisti la fiducia degli italiani verso il proprio Paese, che definisca una nuova carta delle libertà, una nuova filosofia del contratto sociale, una nuova declinazione dei diritti e dei doveri nazionali. Insomma di un nuovo ordine politico.
E siccome solo guardando al passato si può costruire il futuro, basta voltarsi indietro per ritrovare ad esempio nell'esperienza di Alcide De Gasperi e di Luigi Einaudi - nella loro volontà riformista, democratica e liberale - profezie, insegnamenti, verità sorprendentemente adatte a questo nostro momento di transizione che sembra non finire mai. È con questo spirito, con la certezza che il loro pensiero, tradito o mal recepito nel corso del tempo, sia un patrimonio da non disperdere, un testimone da raccogliere, che il libro propone anche una parte dedicata ai numi tutelari del liberismo sociale: da De Gasperi ed Einaudi, attraverso Saragat e La Malfa, fino a Roepke e Bastiat. Con qualche mancanza, ovviamente. Ma è solo un inizio.