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Mary Ann Glendon La Chiesa

Supplemento al numero 3 di Fl
di Paolo Mastrolilli

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coplibertaLa contrizione nell'era della propaganda: ossia ammettere le proprie responsabilità e chiedere perdono mentre le istituzioni laiche manipolano sempre di più anche gli errori evidenti, allo scopo di trasformarli in successi nella percezione dell'opinione pubblica. Non è un caso che Mary Ann Glendon, professoressa di Legge all'Università di Harvard e membro del Pontificio Consiglio per i laici, abbia deciso di intitolare così un lungo articolo pubblicato sulla rivista First Things diretta da Richard John Neuhaus: Contrition in the Age of Spin Control. Spin control, letteralmente, significa «il controllo del movimento rotatorio». La frase racchiude uno dei segreti più importanti della politica americana di questi anni, fatta di comunicazione prima che di atti. Lo «spin», cioè il «movimento rotatorio», è la direzione che prendono le notizie e le dichiarazioni una volta rilasciate al pubblico. Gli «spin doctors», ossia i «dottori del movimento rotatorio», sono gli specialisti incaricati di guidare questa direzione secondo la volontà dei politici che li pagano. In sostanza le istituzioni laiche hanno approntato dei meccanismi di precisione scientifica, il cui compito è manipolare i loro successi o i loro errori, in modo da farli sempre apparire al pubblico come risultati positivi. In questo clima dominante, Giovanni Paolo II ha deciso ancora una volta di navigare controcorrente. Ha fatto i conti con la storia della Chiesa, e non solo durante il secolo che è appena finito. Ha deciso, infatti, di andare incontro al nuovo millennio ammettendo le sue colpe davanti agli uomini, e soprattutto davanti a Dio. E Mary Ann Glendon, che fa parte del Comitato centrale per il grande Giubileo, ha vissuto questo esame di coscienza non solo come credente, ma anche come membro della leadership cattolica.
Di recente - nota Mary Ann Glendon - un giornalista ha contato novantaquattro occasioni in cui il Papa ha riconosciuto gli errori e i peccati dei cristiani, in connessione con gli argomenti più diversi, dall'Inquisizione alle Crociate, dalla persecuzione degli ebrei alle guerre di religione, fino al trattamento riservato a Galileo e alle donne. Un fenomeno del genere non è passato inosservato a nessuno, e questa attività di penitenza è legata direttamente alla lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, pubblicata da Giovanni Paolo II nel 1994. In quel documento suggeriva che il periodo precedente al Terzo millennio doveva essere considerato come un «Nuovo Avvento», cioè un tempo per esaminare la coscienza: «È appropriato», diceva il Santo Padre, «che mentre il secondo millennio della Cristianità si avvia alla conclusione, la Chiesa diventi più pienamente conscia dei peccati commessi dai suoi figli, ricordando tutti quei momenti della storia in cui si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del Vangelo, e invece di offrire al mondo la testimonianza di una vita ispirata dai valori della fede, si sono abbandonati a modi di pensare e di agire che erano vere forme di controtestimonianza e scandalo». Le stesse evocazioni fatte dal Papa degli errori storici sono state istruttive. Sono dirette al cuore del problema, e puntano verso quelle che lui a volte chiama le memorie curatrici. In ogni modo, riflettono la saggezza e la grandezza di spirito che sono caratteristiche dei suoi scritti e dei suoi discorsi.

Questo esame di coscienza senza spin control, però, ha colto di sorpresa tanto gli amici della Chiesa quanto i suoi nemici.
Secondo alcune voci circolate sulla stampa, quando il Santo Padre presentò al Collegio dei cardinali il suo piano per una pubblica espressione di pentimento in vista del nuovo millennio, fra gli stessi principi della Chiesa esistevano delle riserve. Non sappiamo se quelle voci erano fondate o no, ma comunque Giovanni Paolo II sapeva in anticipo che avrebbe incontrato delle critiche. Tuttavia nella Tertio Millennio Adveniente aveva detto con chiarezza che nonostante la Chiesa sia «Santa per la sua incorporazione in Cristo», essa «ha sempre bisogno di essere purificata», e quindi «non si stanca di fare penitenza». Aveva ricordato ai lettori che «riconoscere le debolezze del passato è un atto di onestà e di coraggio che aiuta a rafforzare la nostra fede, e ci mette in guardia davanti alle sfide e alle tentazioni di oggi». Sono propositi difficili da mettere in discussione. Quindi perché mai dovremmo essere nervosi riguardo un programma di purificazione, che nello stesso tempo punta a curare i risentimenti storici e a evangelizzare gli uomini e le donne contemporanee?

Questa è una domanda retorica, perché il piano del Papa ha provocato «nervosismi».
La mia preoccupazione personale non aveva nulla a che vedere con le dichiarazioni di Giovanni Paolo II, ma tutto a che vedere con il modo in cui le sue espressioni di pentimento potevano essere manipolate dagli spin doctors che non sono amici della Chiesa. In realtà esistono persone per le quali nessuna richiesta di scuse è sufficiente, fino a quando i cattolici non trasformeranno il loro pentimento nell'estinzione. La mia preoccupazione diventava ancora più forte, pensando allo stato della storiografia moderna. La Storia è sempre stata un amalgama di fatti e miti, però nella nostra epoca gli studiosi sembrano sempre più inclini ad abbandonare la ricerca dei fatti, per dedicarsi a una ricostruzione immaginaria degli eventi. Troppi accademici stanno strategicamente reinventando la Storia, per metterla al servizio di varie agende politiche. A questo, poi, bisogna aggiungere il fatto che nei media, nei film e nella televisione, la Chiesa sembra spesso possedere una sua nicchia particolare di vergogna. La maggior parte della gente, però, viene a conoscere le espressioni di pentimento proprio attraverso il filtro dei notiziari. Quindi anche se il Papa è attento a parlare di errori dei membri della Chiesa, piuttosto che sbagli dell'istituzione nella sua pienezza, questa importante distinzione teologica viene quasi sempre persa nella trasmissione.

Questi sono rischi che Giovanni Paolo II ha deciso di correre, pensando forse che la necessità del pentimento facesse premio su tutto il resto. Nel bilancio della Chiesa del Novecento, del resto, ci sono dei temi destinati comunque a essere discussi, come l'atteggiamento preso durante l'Olocausto.
Questo è un argomento molto interessante: tanto per discutere la storia contemporanea, quanto per verificare l'atteggiamento di una parte del mondo esterno nei confronti dell'esame di coscienza voluto dal Papa. Come prima cosa, bisognerebbe fare una distinzione fra il Vaticano, che infatti ha espresso le sue scuse in maniera molto diretta, e la Chiesa cattolica in Germania o nella Francia di Vichy. Ma in generale, la distinzione fra il comportamento dei singoli credenti e dell'istituzione viene trascurata, come per esempio dimostra un articolo di James Carroll su Pio XII, pubblicato nel 1997 dal settimanale New Yorker. Carroll comincia con quello che in un primo momento appare un apprezzamento della relazione speciale fra Giovanni Paolo II e gli ebrei. Ricorda fatti noti, come il coraggio del giovane Wojtyla nella Polonia occupata dai nazisti, il suo dolore per l'Olocausto, la sua denuncia dell'antisemitismo, la sua visita storica nella sinagoga di Roma, lo stabilimento di relazioni diplomatiche con Israele, la sua simpatia per la richiesta del ritiro del convento da Auschwitz, e la sua triste ammissione che «molti cristiani» furono responsabili delle sofferenze degli ebrei. Eppure, nonostante questa popolarità di Giovanni Paolo II, a giudizio di Carroll il presente pontificato è comunque macchiato. La «tragedia» del papato, secondo l'ex sacerdote, è che il Santo Padre ha «evitato di incriminare la Chiesa stessa». Quindi l'autore cita il teologo dissidente Hans Küng, per il quale «al Papa piace fare alcune confessioni». Ma per Küng nessuna confessione servirà, fino a quando il Pontefice non accetterà la sua tesi secondo cui «non è possibile dire che i nazisti furono responsabili dell'Olocausto senza aggiungere che la Chiesa fu corresponsabile». Infine Carroll si lamenta perché Giovanni Paolo II non condanna per nome Pio XII, secondo la sua semplicistica valutazione del ruolo del pontificato durante gli anni della persecuzione. Insomma per l'autore non è abbastanza che il Papa ammetta i peccati di molti cristiani contro gli ebrei, e aggiunga che la Chiesa «riconosce sempre come propri i suoi figli e le sue figlie che peccano». Anche gli atti di eroismo commessi da singoli cattolici per salvare degli ebrei vengono disputati.

Perché l'opera di questi spin doctors contrari alla Chiesa la preoccupa così tanto?
Il problema è che il vero obiettivo di Carroll, Küng, e altri vicini a loro, sembra essere l'istituzione del pontificato nella sua interezza, e il punto di attacco è la dottrina dell'infallibilità papale. Secondo loro, se a sbagliare furono la Chiesa e Pio XII, la dottrina non regge più. Eppure tutti quelli che discutono questi temi dovrebbero conoscere abbastanza teologia per sapere che nessuno degli errori lamentati rientra nel campo dell'infallibilità papale. Come scrisse chiaramente Flannery O'Connor, «Cristo non ha mai detto che la Chiesa avrebbe operato in modo intelligente o senza peccato, ma piuttosto che non avrebbe insegnato l'errore. Questo non significa che ogni prete non insegnerà mai l'errore, ma piuttosto che l'intera Chiesa, parlando attraverso il Papa, non insegnerà l'errore in materia di fede». Se questo punto cruciale viene oscurato, in modo intenzionale o per superficialità, l'effetto è comunque lo stesso. Alcuni fedeli possono cominciare a pensare che se la Chiesa ha sbagliato così tante volte nel passato, forse ha torto anche negli insegnamenti di oggi. Questa è un'altra ragione per cui il riconoscimento degli errori del passato ha provocato ansietà in alcune parti della Chiesa.

In questo senso, un altro tema che ha provocato e continuerà a provocare discussioni è l'atteggiamento della Chiesa nei confronti delle donne.
Consideriamo, come punto di partenza, l'offerta di scuse contenuta nella Lettera Apostolica alle Donne del 1995. Dopo aver deplorato vari affronti fatti alla dignità delle donne nel corso dei secoli, Giovanni Paolo II dice: «Se la responsabilità oggettiva, specialmente in particolari contesti storici, è ricaduta su non pochi membri della Chiesa, per questo io sono profondamente dispiaciuto». Mi sembra onesto dire che questa delicata offerta di scuse non è stata accolta con una simile delicatezza da parte di quei circoli sposati all'idea che la Chiesa sia un'istituzione maschilista. Io fui sorpresa, quando nel 1995 accettai il compito di guidare la delegazione della Santa Sede alla Conferenza sulle donne organizzata dall'Onu a Pechino, sentendo le persone che mi chiedevano come potessi rappresentare un'istituzione che tratta le persone di sesso femminile come cittadini di seconda classe. Quando sentivo queste semplicistiche accuse alla Chiesa, volevo sempre chiedere: maschilista rispetto a quali altre istituzioni? Non è stata forse la Chiesa a guadagnare l'accettazione dell'idea che il matrimonio è indissolubile, in una società dove il costume aveva sempre permesso agli uomini di mettere da parte le loro mogli? Non è stata la Chiesa a favorire la nascita di forti e autonomi ordini religiosi femminili, durante l'epoca poco liberale del Medioevo? Non è stata la Chiesa a facilitare per prima l'istruzione delle donne, in Paesi dove le istituzioni non avevano alcun interesse per lo sviluppo intellettuale delle ragazze? Nessuna persona che abbia una minima conoscenza della storia può negare che l'avanzamento del Cristianesimo ha rafforzato anche la posizione delle donne.

Lei ha parlato del Medioevo, e forse ha ragione. Le critiche di oggi, però, sono legate a problemi più recenti.
Ma proprio negli anni più recenti la Santa Sede è emersa nel panorama internazionale come uno dei propositori più vigorosi della giustizia economica e sociale per le donne. La Chiesa è stata una delle poche istituzioni internazionali che hanno insistito tanto sul rispetto del ruolo delle donne nella famiglia, quanto sul supporto delle loro aspirazioni a una piena partecipazione alla vita economica e sociale.

E allora perché tutta quella diffidenza, che lei ha sperimentato di persona durante la Conferenza di Pechino?
L'autonominata «polizia dei sessi» pensa di avere una risposta netta a questa domanda: la Chiesa è maschilista perché rifiuta di ordinare le donne. Per contrastare questa risposta, sarebbe necessaria un'ampia discussione sulla complementarietà e sulla chiamata universale alla santità, in relazione all'ordinazione. Poi ne parleremo, ma per il momento limitiamoci a fare un confronto fra le posizioni delle donne nella Chiesa cattolica, e nelle chiese che consentono la loro ordinazione. Stranamente, la maggior parte dei critici ossessionati dal problema dell'ordinazione trascurano completamente il crescente panorama di ruoli pastorali e ministeriali un tempo riservati ai preti, che ora sono aperti anche alle donne. Ma per la «polizia dei sessi», che non fa mistero di essere interessata al potere, le opportunità di servizio non contano. Loro vogliono «posizioni di leadership». Allora lasciamo da parte per un momento l'inappropriatezza di un'analogia fra la Chiesa e le istituzioni governative o imprenditoriali, e consideriamo la questione nei termini preferiti dai critici. Chi gestisce il secondo sistema sanitario più grande del mondo? Non lo guidano forse da anni alcune dinamiche donne cattoliche, molte delle quali suore? Chi controlla il più grande sistema privato mondiale di istruzione elementare e secondaria? Non sono forse donne cattoliche, laiche e religiose, come insegnanti, presidi e sovrintendenti? E poi, da dove viene l'idea che per svolgere un ruolo da leader bisogna essere ordinati? Io sono certa che l'arcivescovo di Calcutta sia un ottimo amministratore, ma questo lo ha reso forse più influente di Madre Teresa? E qui negli Stati Uniti, Dorothy Day non ha certo avuto bisogno di una sede vescovile, per diventare forse la figura cattolica americana più influente del secolo, e arrivare alle soglie del processo di beatificazione.

Prima ancora della Lettera Apostolica alle Donne del 1995, questi temi erano stati affrontati da Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem del 1988.
Rileggendo quel testo, mi sembra evidente che il femminismo degli anni Settanta è fallito, e a dirlo sono i numeri. Oggi, invece, ci accorgiamo che forse è stato proprio il Papa a porre le basi per il possibile femminismo del futuro.

Questa suonerà come una provocazione per molti, ma la professoressa Glendon non rinuncia a lanciarla.
La Mulieris Dignitatem mi ricorda San Paolo, che ci esortava a non farci condizionare dallo spirito del tempo, e ci invitava a cercare di superarlo in nome della verità eterna. Scrivendo quella lettera, Giovanni Paolo II ha dimostrato la volontà di provare a porsi nei confronti delle donne come faceva Gesù.

Si tratta di un paragone piuttosto impegnativo. Quali sono gli elementi della Mulieris Dignitatem che la spingono a farlo?
Due aspetti in particolare. Al paragrafo 14, il Santo Padre definisce come peccato qualunque tipo di discriminazione nei confronti delle donne, e così sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco. Quindi invita tutti ad accettare una visione di eguaglianza che vada oltre gli aspetti formali e legalistici, per toccare davvero i rapporti nel profondo. E chiede che questa eguaglianza autentica sia garantita alla donna anche come madre che cresce i suoi figli.

Qual è l'eguaglianza formale e legalistica che il Papa tende a scavalcare?
Appunto quella che inseguiva il femminismo degli anni Settanta, e che ho visto all'opera durante la Conferenza di Pechino. Quel movimento aveva un atteggiamento ostile nei confronti degli uomini, e indifferente nei confronti della donna come madre. Infatti a Pechino i suoi rappresentanti si sono impegnati al massimo per cancellare dai documenti ufficiali della Conferenza ogni riferimento al matrimonio e alla maternità, mentre la famiglia doveva essere citata solo con una connotazione negativa, come luogo di abusi o come freno alla realizzazione delle aspirazioni individuali. Nel mondo, però, il 90 per cento delle donne sono sposate, e l'86 per cento di esse ha figli. Dunque il femminismo degli anni Settanta è stato rigettato perché non ha tenuto conto della realtà. Infatti questa grande maggioranza di mogli e madri vuole l'eguaglianza e il rispetto nel campo economico e sociale, ma chiede anche il riconoscimento del proprio ruolo nella famiglia. Le scelte politiche degli ultimi anni, invece, vanno contro questa realtà, e così i parlamenti approvano riforme dello Stato sociale che dimenticano le esigenze della famiglia e dei figli, anche se queste esigenze sono riconosciute e protette dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Nella seconda parte del secolo, dunque, la Chiesa ha finito per diventare l'unica istituzione che difende quella Dichiarazione nella sua integrità, così come la pensarono autori come l'ebreo René Cassin, Jacques Maritain, Richard McKeon e Charles Malik.

Questa è una provocazione che farà arrabbiare diversi pensatori laici. Come può sostenerla?
Nel 1946 l'Unesco nominò un comitato speciale di filosofi, incaricati di valutare se fosse possibile realizzare una Carta dei Diritti per tutte le popolazioni e tutte le nazioni. Questo gruppo, di cui facevano parte molti dei più famosi intellettuali dell'epoca, spedì un questionario dettagliato a statisti e studiosi in tutto il mondo. Quando le risposte arrivarono, il comitato scoprì con grande sorpresa che le liste dei diritti e dei valori basilari indicati erano essenzialmente simili. Jacques Maritain, uno dei membri più attivi del gruppo, fece un famoso commento, dicendo che tutti erano d'accordo sui diritti, a condizione di non chiedere perché. La mancanza di consenso sulle fondamenta di questi diritti, però, non venne considerata come un'ostruzione fatale per il progetto: il fatto che esistesse un accordo attraverso le varie culture su diversi concetti pratici di diritti da tutelare, era abbastanza per avviare l'operazione. Alla base di questo accordo generale c'era la volontà di armonizzare le idee di libertà e solidarietà, riconoscendo alla famiglia un ruolo che meritava di essere protetto dalle istituzioni. Per esempio, l'articolo 16 della Dichiarazione che sarebbe nata da questi sforzi, dice che la famiglia «è l'unità fondamentale della società». Ognuno ha il diritto di «sposarsi e costruire una famiglia», e questo nucleo «ha diritto alla protezione da parte della società e dello Stato». L'articolo 23 dice che ogni lavoratore ha diritto a una remunerazione sufficiente ad assicurare un'esistenza dignitosa «per se stesso e per la sua famiglia», mentre l'articolo 26 sostiene che i genitori hanno un «diritto prioritario» nel decidere l'istruzione dei loro figli. L'articolo 25, infine, afferma che «la maternità e l'infanzia hanno diritto a una cura e assistenza speciali». In sostanza, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo è chiaramente un documento favorevole alla famiglia. Eppure negli ultimi anni diverse agenzie dell'Onu e Paesi membri si sono impegnati a modificare questa impostazione, preoccupandosi di gestire la famiglia più che assisterla. L'ultimo esempio di questa tendenza è emerso a Pechino, durante la Conferenza del 1995, quando venne lanciato un vero assalto per cancellare tutti i riferimenti positivi al matrimonio e alla famiglia nei documenti finali. Bisognava dipingere il matrimonio e la maternità in una luce negativa, ridefinendo il concetto di famiglia in modo da includere ogni accomodamento consensuale di vita.

Si possono capire i motivi per cui la Chiesa non era contenta di questi sviluppi. Ma perché lei trasforma il confronto su temi così specifici in una specie di battaglia a parti invertite, in cui la Santa Sede diventa il difensore generale dei diritti umani, di fronte all'arroganza di alcuni gruppi laici?
A rischio di ripetere l'ovvio, bisogna enfatizzare che l'assalto al linguaggio protettivo nei confronti della famiglia contenuto nella Dichiarazione, per quanto condotto sotto le bandiere della libertà individuale, contiene invece una forte tendenza autoritaria. L'esaltazione dell'individuo autonomo, quando viene combinata con gli attacchi alle istituzioni incaricate di mediare fra gli individui e lo Stato, rischia di facilitare nuove forme di oppressione. Come ha scritto Giovanni Paolo II nell'enciclica Evangelium Vitae, alla base della cultura della morte c'è «una nozione di libertà che esalta l'individuo isolato in forma assoluta, e non lascia spazio alla solidarietà, all'apertura verso gli altri e al servizio verso di essi». Questo è «un concetto totalmente individualistico di libertà, che finisce per diventare la libertà dei forti contro i deboli, ai quali non resta altra scelta a parte la sottomissione». Molti uomini e donne seri, offesi da questi sviluppi, vedono la crisi dell'impresa dei diritti umani universali come l'inevitabile sbocco di un'avventura troppo ambiziosa e mal concepita. Io però sono convinta che la Dichiarazione, nonostante i suoi limiti, sia ragionevolmente ben disegnata. Sono impressionata dal processo di ampie consultazioni che ha accompagnato tanto la sua definizione, quanto la sua adozione. Sono colpita dai molti punti di contatto con gli insegnamenti sociali della Chiesa, e sono commossa dalla visione di uomini e donne che, dopo due guerre mondiali che davano loro ogni ragione per disperare riguardo la condizione umana, portarono avanti la speranza di rendere il mondo un posto migliore e più sicuro.

E ora che questa visione è in difficoltà, perché tocca proprio ai cattolici andare in suo soccorso?
I cattolici sono chiamati a evangelizzare il mondo, e a schierarsi in modo particolare al fianco dei deboli, dei povei e dei vulnerabili, e quindi non possono voltare le spalle al progetto dei diritti umani. Una persona non deve essere innamorata dell'Onu per apprezzare il fatto che la Dichiarazione universale, con il suo piccolo cuore di principi ai quali si richiamano popolazioni di culture diverse, è il singolo punto di riferimento internazionale più importante per la discussione della libertà umana e della solidarietà nel mondo contemporaneo. Inoltre i cattolici si trovano in condizione di risultare particolarmente utili, per affrontare alcuni dei problemi più laceranti intorno all'idea dei diritti umani universali. Basta considerare le attuali sfide al concetto di universalità. Una posizione, rivendicata di recente dai leader cinesi, sostiene che tutti i diritti sono relativi. Un'altra definisce l'universalità come una semplice copertura per l'imperialismo culturale, ossia l'imposizione delle idee occidentali al resto del mondo. Nessuna di queste critiche può essere allontanata con leggerezza. Con 185 bandiere sventolanti davanti alla sede dell'Onu, è naturale chiedersi se l'idea dell'universalità possa sopportare la pressione crescente delle rivendicazioni nazionali ed etniche. E più si trasformano in diritti le preferenze dei gruppi di interesse del Primo mondo ben finanziati, più l'accusa di imperialismo culturale acquista credibilità. È una questione di importanza cruciale, perché negare l'esistenza di alcuni principi comuni vuol dire rinunciare alla possibilità di deliberazioni interculturali sul futuro del genere umano. Vuol dire consegnare il nostro destino politico alla forza e al caso.

Perché questo dibattito sui diritti laici è così importante, nel bilancio della Chiesa cattolica prima del grande Giubileo?
Perché, volendo fare un esempio pratico, il tentativo più attento e coerente di uscire dalle secche dell'imperialismo culturale e del relativismo è venuto proprio da Giovanni Paolo II, che ha parlato ad alta voce della lunga esperienza cattolica nella dialettica fra i principi universali e le diverse culture. Nel suo discorso del 1995 alla Cinquantesima assemblea generale dell'Onu, il Papa cominciò riflettendo, come fece Cassin, sulla comune umanità che rende possibile agli uomini e alle donne appartenenti a culture diverse deliberare su come ordinare le nostre vite in questo mondo interdipendente. Lanciò la visione dell'uomo come «creatura di intelligenza e libera volontà, immersa in un mistero che trascende il suo stesso essere. Una creatura che però è dotata dell'abilità di riflettere e scegliere, e quindi è capace di saggezza e virtù». Giovanni Paolo II sottolineò che i diritti universali e le culture particolari non possono essere radicalmente opposti. Dopo tutto, i diritti emergono dalla cultura, e non possono essere difesi senza il suo sostegno. Per essere efficaci, inoltre, devono diventare parte del sistema di vita di ogni popolazione. Le diverse culture, proseguì il Papa, non sono altro che «modi diversi di affrontare la questione del significato dell'esistenza personale». Di conseguenza, può esistere un «pluralismo legittimo» nelle forme della libertà, con mezzi diversi di esprimere e proteggere i diritti basilari.

Un'interpretazione del genere non rischia di giustificare il relativismo dei diritti, sostenuto per esempio dai cinesi?
Al contrario. Questo approccio, così naturale per i cattolici, corrisponde perfettamente con l'interpretazione originale degli autori della Dichiarazione universale. Essi non credevano che una dichiarazione di principi universali dovesse, o potesse, condurre a una completa uniformità nelle pratiche. Ci sarebbero sempre stati, come disse Maritain, diversi tipi di musica suonati sulla stessa tastiera. Per essere chiari, Maritain e i suoi colleghi avrebbero denunciato l'uso del relativismo culturale come scusa per torturare e imprigionare i dissidenti.

Durante questo secolo, invece, la Chiesa cattolica è riuscita ad affermare nello stesso tempo l'esistenza dei principi universali e il diritto all'autonomia delle singole culture?
La Chiesa ha giocato a lungo un ruolo importante per tenere vivo il senso della Dichiarazione universale nella sua completezza. In realtà essa è emersa, dal punto di vista intellettuale e istituzionale, come la sostenitrice più influente per l'intero corpo interconnesso dei principi contenuti nella Dichiarazione. La presenza della Santa Sede all'Onu è stata particolarmente importante per tenere viva la connessione fra la libertà e la solidarietà, in un'epoca in cui le nazioni ricche sembrano sempre più decise a lavarsi le mani dei problemi dei Paesi e delle popolazioni povere, condizionando gli aiuti economici a programmi aggressivi per il controllo della popolazione.

Un suo collega di Harvard, Cornel West, è arrivato a pubblicare un libro in cui sostiene che è in corso una guerra contro i genitori. E aggiunge che fare il proprio dovere di padri e di madri sta diventando un vero «atto eversivo».
Forse parlare di guerra è esagerato, però è chiaro che lo Stato ha perso attenzione per le esigenze delle donne come madri, dal momento che privilegia l'individualismo e i valori materiali rispetto a quelli umani. In questo senso il Papa, con la Mulieris Dignitatem, diventa un campione della controcultura, quando afferma la necessità di compensare il lavoro che le donne svolgono nella famiglia. È una profonda sfida al materialismo dominante, che compensa il lavoro solo in termini economici di produttività misurabile.

Come si dovrebbe tradurre in pratica l'invito di Giovanni Paolo II a costruire un'eguaglianza non formalistica fra uomini e donne?
La Chiesa dovrebbe concepire il rapporto come partnership, e chiamare donne e uomini, laici e religiosi, a una collaborazione più intensa. In questo senso, l'istituzione ha due problemi pratici da risolvere. Da una parte deve trovare il modo di supplire all'enorme lavoro volontario e non pagato che le donne facevano per lei, e dall'altra deve imparare ad adeguarsi alle nuove esigenze dei laici. Oggi le donne sono molto più impegnate nel mondo del lavoro, come del resto anche gli uomini. Quindi la Chiesa deve individuare la maniera di coinvolgerle, tenendo presente che il tempo a disposizione è cambiato e diminuito. Sarebbe un vero peccato perdere l'occasione, in un'epoca in cui per i laici esistono potenzialità enormi e stimolanti.

Cosa è cambiato nella società durante i dieci anni trascorsi dalla Mulieris Dignitatem?
La società è più pronta a ricevere il messaggio della Lettera. Il femminismo formalistico degli anni Settanta ha perso influenza, e forse adesso si sta preparando il terreno per un nuovo femminismo, che riconosca la dignità della donna come tale, ma anche come madre e moglie.

Ma i fedeli cattolici, a suo avviso, hanno recepito adeguatamente il messaggio della Mulieris Dignitatem?
Non ancora. Anche molti laici non l'hanno neppure letta. Ma il Santo Padre non ragiona in termini di pochi anni, e quindi l'effetto dei suoi interventi è destinato a vedersi nel tempo. Del resto Giovanni Paolo II sembra determinato a spingere la Chiesa lungo queste linee in maniera più veloce e convinta. In varie occasioni ha lanciato appelli alle donne, affinché assumano nuove forme di leadership nel servizio, e a tutte le istituzioni della Chiesa, affinché accettino questo contributo da parte dell'universo femminile. Mettendo in pratica quello che predica, il Papa ha nominato un numero senza precedenti di donne laiche e religiose nei Pontifici Consigli e nelle Accademie. In sostanza, se il problema è capire se la Chiesa cattolica ha fatto abbastanza per conformare le sue strutture al principio che uomini e donne sono partner uguali nel mistero della redenzione, è chiaro dagli scritti di Giovanni Paolo II che lui stesso sarebbe il primo a rispondere no. Il mio punto, però, è che nonostante la Chiesa possa essere indietro rispetto alle sue aspirazioni, di sicuro può tenere alta la testa nel confronto con altre istituzioni, per quanto riguarda la sua lunga testimonianza di rispetto per la dignità e la libertà delle donne.

Fare il bilancio sommario di un secolo è impossibile per chiunque ma quali sono a suo avviso i momenti più importanti vissuti dalla Chiesa cattolica negli ultimi cento anni?
Io sono soltanto una giurista, e mi trovo in difficoltà a rispondere a una domanda del genere. Però restando legati alla seconda metà del Novecento, nella quale ho vissuto, ci sono due elementi che non possono essere trascurati: il Concilio Vaticano II e l'elezione di Karol Wojtyla, rimasto sul seggio di Pietro più a lungo di tutti i suoi predecessori in quest'epoca.

Allora quali sono, secondo lei, le caratteristiche più rilevanti dei venti anni trascorsi in Vaticano da Giovanni Paolo II?
Anche questa è una domanda complicata, però penso di poter dire che questo Papa ha saputo portare alla massima fioritura lo spirito del Concilio Vaticano II. I suoi insegnamenti sociali e religiosi costituiscono un corpo di sollecitazioni così consistenti che gli intellettuali dovranno lavorarci sopra per anni.

Perché lei punta l'attenzione sugli insegnamenti sociali, e quali sono le idee di Karol Wojtyla che l'hanno colpita di più?
Sono molte le encicliche del Papa che noi americani definiremmo blockbuster, come i libri o i film che sbancano in tutte le sale. Senza dubbio la Veritatis Splendor, la Evangelium Vitae e la Centesimus Annus sono testi di grandissimo peso. Io, però, sono stata colpita in particolare dalla Sollicitudo Rei Socialis, perché si tratta dell'enciclica con cui Giovanni Paolo II è riuscito a stabilire con grande forza il collegamento inscindibile fra la libertà e la solidarietà.

Perché questo tema le sembra così importante?
Qui, negli Stati Uniti, esiste una divisione fra i cattolici che si riconoscono negli insegnamenti morali della Chiesa, ma hanno problemi ad accettare la dottrina sociale, e quelli che invece si trovano a loro agio con la seconda, e hanno difficoltà con i primi. La Sollicitudo Rei Socialis, quindi, è venuta proprio a indicare la strada per sanare questa divergenza, e si tratta di un contributo fondamentale non solo per la società americana, ma per l'intera comunità occidentale. Giovanni Paolo II, in pratica, ha ricordato a tutte le persone ricche di questo pianeta che la libertà ha senso solo se resta collegata alla solidarietà, allo scopo di preservare l'unità della grande famiglia umana. Mentre alcuni problemi come l'immigrazione o le crisi economiche ci dividono, lui ci ha detto che chi ha ricevuto molto, in termini di beni materiali e spirituali, di intelligenza e di opportunità, deve saper dividere questa fortuna a beneficio del bene comune.

Questa spaccatura di cui lei ha parlato si traduce spesso anche nella politica americana. I cattolici più sensibili agli insegnamenti morali e contrari all'aborto scelgono il Partito repubblicano, e quelli più attenti agli aspetti sociali preferiscono i democratici.
È vero, ed è la dimostrazione che il cattolico autentico non possiede una sua casa politica. I repubblicani infatti difendono la vita, ma sono troppo indifferenti alle necessità sociali del Paese, mentre i democratici si impegnano a favore dei più deboli, ma poi dimenticano gli insegnamenti della religione quando si tratta di aiutare la famiglia o di contrastare la cultura della morte. Questa situazione lascia tutti i cattolici seri insoddisfatti, e temo che si ripeta anche altrove.

Gli americani erano abituati a considerare Karol Wojtyla come un «alleato sicuro», per il ruolo storico che ha avuto nella sconfitta del comunismo. Subito dopo la fine della guerra fredda, però, si sono trovati davanti a un Papa deciso a puntare il dito con la stessa determinazione contro i limiti del capitalismo. Questo ha cambiato il modo di percepirlo, o ha aumentato il suo prestigio morale e intellettuale?
Io sono sicura che tutti i cattolici americani gli sono grati, perché ha rifiutato di considerare la fine della guerra fredda come l'inizio di un'era di trionfo del capitalismo. In questo quadro, non riesco a capire l'insofferenza di alcuni cattolici più progressisti, che concentrano la loro attenzione su temi comunque vincolati dalle Scritture. Dovrebbero essere eccitati, invece, da un Papa che obbliga la libera impresa a migliorarsi, e a fondersi con la responsabilità sociale. Con questo, secondo me, torniamo all'importanza dell'enciclica Sollicitudo Rei Socialis. Qui in America, infatti, alcuni cattolici conservatori in economia hanno voluto interpretare la Centesimus Annus come l'approvazione incondizionata del capitalismo da parte di Giovanni Paolo II. La verità, però, è che la Centesimus Annus non può essere letta senza la Sollicitudo Rei Socialis, che richiama all'obbligo della solidarietà nello spirito del Concilio Vaticano II.

Nell'ottobre scorso, quasi in contemporanea con il ventesimo anniversario dell'elezione di Karol Wojtyla, è stata pubblicata la nuova enciclica intitolata Fides et Ratio. Cosa le fa pensare questo titolo?
Che Giovanni Paolo II, oltre a essere un protagonista della storia, è anche un intellettuale di livello mondiale. Riprende la tradizione dei filosofi più grandi che la Chiesa ha avuto, come Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino, e lo fa cogliendo il senso del nostro tempo. È chiaro che l'enciclica non ha il semplice scopo di dirci che la fede e la scienza sono compatibili: chi non ha ancora riconosciuto questa verità, si è imbattuto o in una cattiva scienza, oppure in una cattiva religione. La vera sfida di evangelizzazione per i cattolici, invece, è diventata quella di saper parlare ai laici almeno con la stessa abilità della scienza.

Cosa vuol dire?
Secondo me l'enciclica Fides et Ratio è anche una sollecitazione che il Papa lancia ai teologi. Questa non è un'epoca in cui possiamo accontentarci di università di seconda categoria, o di studiosi poco preparati. Lo stesso Giovanni Paolo II, con la sua continua attenzione per tutti gli sviluppi più sofisticati dell'Accademia, ha dato l'esempio.

Vuol dire che la teologia cattolica non è all'altezza dei tempi?
Qui in America in parte è così. Abbiamo teologi che escono dal Divinity College, e vantano lauree prese alle università di Harvard o Yale, però non conoscono la lingua latina, ebraica o greca. Mancano di una parte della nostra tradizione di saggezza, e in queste condizioni vanno a insegnare.

L'enciclica, però, contiene anche dei precisi obiettivi filosofici.
Al di là della presenza o meno di riferimenti diretti alla New Age, il messaggio mi sembra abbastanza chiaro, in questa epoca segnata spesso dalle incertezze. Il Papa, in sostanza, si erge, per far capire come sia fuori luogo dedicare attenzione a linee di pensiero prive di una solida base intellettuale. Non servono riferimenti diretti, per capire che questo non è il tempo del dilettantismo.

Ma il lavoro di Richard Rorty in America, e quello di Gianni Vattimo in Italia, non può essere bollato come dilettantismo.
No, e l'enciclica serve anche a sollecitare risposte al pensiero debole postmoderno. Rorty nega la possibile esistenza di verità stabili, e in questo senso l'enciclica Veritatis Splendor era già un'esortazione affinché la teologia si confrontasse con questo tema. Negli Stati Uniti c'è stato un teologo, Bernard Lonergan, che ha raccolto questa sfida in libri come Insight e Method in Theology, e dopo la sua morte, avvenuta negli anni Settanta, sono state scritte almeno quattrocento tesi sul significato del suo lavoro.

Qual è, dunque, la risposta?
Si trova nello stesso meccanismo della nostra conoscenza. L'uomo cerca verità tangibili attraverso il pensiero, e denuncia la loro assenza. Ma deve capire che Dio si trova proprio all'origine di questo pensare, e quindi la ragione non solo non è in contrasto con la fede, ma rappresenta una parte della sua verità.

Giovanni Paolo II ha compiuto dei passi importanti per sanare antiche dispute fra la scienza e la Chiesa. Il nuovo millennio è cominciato davvero su un nuovo registro?
Sono convinta che l'opinione pubblica abbia capito il senso delle iniziative prese dal Papa in questo settore. Invece mi dispiace notare che proprio le università, in molte occasioni, si sono trasformate in cittadelle di intolleranza. Sono aggrappate ai loro paradigmi, e non vogliono neppure guardare la Chiesa in movimento per paura di perdere i loro punti di riferimento.

Questo atteggiamento ci riporta al problema originario della nostra discussione, ossia il rischio di fare un bilancio della vita della Chiesa nel secolo appena trascorso, aprendosi al pentimento senza tenere conto degli agguati caratteristici dell'era dello spin control.
Io credo che i cattolici laici abbiano una grande responsabilità nell'aiutare a garantire che le attività pubbliche di penitenza restino nella giusta prospettiva. Spesso, infatti, i laici si trovano nella posizione migliore per vedere quando le sincere espressioni di contrizione vengono sfruttate da persone o gruppi che sono interessati soltanto a spogliare la Chiesa, o spargere cenere sul capo dei cattolici. Spesso sono proprio i laici che hanno la possibilità di chiarire bene la situazione.

Cosa intende con questo?
Dobbiamo ricordare a tutti che, quando noi peccatori chiediamo perdono, ci rivolgiamo in primo luogo a Dio. Le espressioni di dolore per le mancanze del passato non richiedono necessariamente la nostra umiliazione davanti agli altri, e certamente non davanti a chi non è disposto ad ammettere i propri errori. Molte memorie storiche non verranno curate fino a quando non ci sarà stato il perdono reciproco. Mettere in chiaro le cose, inoltre, vuol dire sfidare chi, in modo innocente o deliberato, cerca di cancellare la distinzione fra la Chiesa e i suoi figli peccatori. Quando negli anni Cinquanta Flannery O'Connor si imbatté in personaggi simili a Küng e Carroll, parlò così: «Sembra che voi chiediate alla Chiesa di portare il Regno dei Cieli sulla Terra, qui e subito. Ma Cristo venne crocefisso sulla Terra, e la Chiesa viene ancora crocefissa da tutti noi, in particolare dai suoi membri, perché è un'istituzione di peccatori. La Chiesa è fondata su Pietro, che negò Cristo tre volte, e non era capace di camminare sull'acqua da solo. Voi però vi aspettate che i suoi successori siano capaci di camminare sull'acqua».

Questo, però, non cancella la necessità di chiedere perdono per gli errori commessi.
In verità, è giusto che noi confessiamo i nostri peccati e facciamo penitenza. Non dobbiamo mai stancarci di pentirci, perché noi e la nostra Chiesa pellegrina siamo su una traiettoria, salendo la scala di Giacobbe, sforzandoci di costruire l'uomo nuovo, e cercando di essere dei cristiani migliori oggi rispetto a come eravamo ieri. Probabilmente il modo più opportuno di mostrare che ci stiamo muovendo lungo questa traiettoria, come ha detto il Papa, è «offrire al mondo la testimonianza di una vita ispirata dai valori della fede». Ma per quanto riguarda gli atti pubblici di penitenza, dobbiamo essere vigilanti per evitare che vengano sfruttati e dirottati. Dobbiamo unirci a tutti i nostri fratelli e sorelle di altre fedi, per resistere a quelli che smerciano il veleno della colpa collettiva. Dobbiamo fare in modo che le nostre espressioni di pentimento non vengano usate per denigrare il ruolo preponderante della Chiesa nella storia, come forza positiva per la pace e la giustizia. E soprattutto, dobbiamo tenere bene a mente che questi atti di pentimento non sono una presentazione di scuse per il fatto di essere cattolici.

Al termine del bilancio, dunque, come vede la Chiesa nel Terzo millennio?
Una Chiesa in ginocchio davanti a Dio, com'è giusto che sia, per riconoscere gli errori dei propri figli e chiedere perdono. Nello stesso tempo, però, è una Chiesa che può guardare a testa alta il suo passato e il suo futuro, tenendo presenti gli alti standard che si è sempre imposta rispetto a tutte le altre istituzioni umane. Alla fine del Novecento, nonostante tutti i suoi problemi e tutti i peccati commessi, la Chiesa ha dimostrato di essere forse l'unica realtà sempre impegnata a garantire con coerenza la libertà e la dignità dell'uomo. Parlando all'Onu, nel 1995, il Papa riconobbe al Palazzo di Vetro il merito di aver avuto il coraggio della libertà, durante i difficili anni trascorsi a partire dalla sua fondazione. Ora, aggiunse, è arrivato il momento di avere anche il coraggio della solidarietà. Con questa sfida, con la forza della nostra storia, e con il riconoscimento dei nostri peccati, entriamo nel nuovo millennio.

Paolo Mastrolilli
 
 

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