
Il vecchio detto dei giocatori di poker, «piatto ricco mi ci ficco», può sintetizzare con buona approssimazione le prospettive internazionali del business delle telecomunicazioni, ma anche l'evoluzione prevista nel nostro Paese. L'avvio della sfida Umts, di cui la tanto travagliata gara per l'assegnazione delle licenze costituisce solamente il primo - pur se impegnativo - passo, pone in chiara evidenza come il business delle telecomunicazioni sia inevitabilmente destinato ad assumere dimensioni economiche e finanziarie di assoluta rilevanza nell'ambito della nostra economia. Se l'attenzione dei media è tutta incentrata sul fenomeno dilagante di Internet e sull'e-commerce, non dobbiamo scordare (di certo non lo scordano gli investitori) che lo sviluppo della new economy passa inevitabilmente da una disponibilità infostrutturale e di servizi di telecomunicazioni qualitativamente e quantitativamente rilevante. E i dati relativi al mercato italiano forniscono un quadro complessivamente positivo: per quanto riguarda le infostrutture (ovvero reti e apparati) il primo semestre Duemila vede un incremento del 20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre per i servizi di telecomunicazioni l'incremento ammonta all'11%; in valore, il primo business sfiorerà i 20 mila miliardi e il secondo sarà di circa 70 mila miliardi. Nelle infostrutture colpisce, ma è inevitabile dato il trend di crescita, il peso rilevante assunto dal mercato dei terminali mobili: con quasi 2.300 miliardi di vendite nel primo semestre Duemila, i telefonini costituiscono circa un quarto del mercato complessivo italiano, oltre la metà di quello relativo alle sole reti mobili. Se invece guardiamo le tre principali aree dei servizi di telecomunicazioni - fisso, mobile e servizi a valore aggiunto (Vas) - vediamo che il business del mobile cresce, come è noto, a velocità ben superiore rispetto al fisso, con incrementi superiori al 40%; e i Vas corrono addirittura con una crescita vicina al 100%.
Dunque, la tecnologia attuale - il Gsm - è ancora in fase di pieno sviluppo, ma già se ne programma il superamento in tempi non lunghi, prima con l'introduzione del Gprs, poi (dal 2002?) con il progressivo ingresso dell'Umts: un fatto che deve farci riflettere sulla nuova velocità dei cicli tecnologici e di affari, tipica di questo settore ma in probabile estensione ad altri campi. Ma le dimensioni economiche di questo recente boom delle telecomunicazioni non si limitano certo ai pochi numeri e fatti che ho sintetizzato; ad esempio, i significativi e progressivi investimenti nella banda larga, così come la crescita della telefonia mobile, determinano un fortissimo effetto occupazionale, tanto che anche nel nostro Paese ci stiamo avviando verso la situazione tipica americana che vede nell'Ict (Information comunication technology) il principale motore dello sviluppo e dell'occupazione. Non è ardito immaginare che il peso dell'Ict sul Pil italiano sarà, entro pochi anni, del 10% circa, facendone il primo settore dell'economia nazionale: chi l'avrebbe mai detto due o tre anni addietro?
Quanto alla dimensione finanziaria attuale e prospettica della partita delle telecomunicazioni, bastano pochi numeri per comprendere quanto essa sia grande. Solo per l'Umts italiano le imprese spenderanno, oltre ai 27 mila miliardi offerti nell'asta per le cinque licenze, 35-40 mila miliardi di investimenti diretti; non sono disponibili al momento cifre sull'indotto, ma possiamo immaginare che esso sia significativo, così come lo è stato nella creazione della rete Gsm, sia in termini di fatturati che di occupazione. E poi abbiamo la cablatura delle città che, come tutti stiamo ahimè sperimentando, ha subito una fortissima accelerazione: anche qui, gli investimenti sono rilevantissimi, così come l'impatto occupazionale.
Insomma, solo a concentrare l'attenzione sugli affari principali ci accorgiamo che nell'arco di non molti anni le telecomunicazioni italiane assorbiranno finanziamenti a 14 zeri (oltre 100 mila miliardi): tutti quattrini che dovranno rispondere alle logiche dei mercati finanziari, mercati che iniziano a riflettere seriamente sui valori delle capitalizzazioni di borsa e che comunque si interrogano su parecchi punti. Primo punto: è possibile prevedere per il futuro margini di profitto (delle imprese che fanno gli investimenti) analoghi a quelli attuali? Secondo punto: in che misura il contesto di increased competition auspicato dall'Ocse taglierà tali margini? Terzo: continueranno le imprese a beneficiare di un mercato a sviluppo esponenziale? Quarto: siamo sicuri che gli affari del futuro possano ripetere l'exploit della telefonia mobile, il solo mercato che per ora ha creato realmente redditività? Quinto punto: chi ha fatto i conti con l'accelerazione dei tempi dell'innovazione tecnologica, che potrebbe ridurre drammaticamente la vita economicamente utile di molti affari?
Su questi, e altri punti, i mercati sono tuttavia in grado di prendere decisioni relativamente razionali, applicando strumenti di analisi che si vanno tecnicamente affinando e adattando al contesto di cui parliamo. Quel che invece i mercati finanziari non riescono a fare è valutare l'impatto della regolazione su tale sviluppo; o meglio, sanno perfettamente che tale impatto esiste, ma non riescono a farsi un quadro verosimile dell'evoluzione prevista.
Questo è un punto veramente dolente, e spiace osservare che duole più in Italia che in altri Paesi: siamo ancora in una situazione caratterizzata da eccesso di regolazione, tempi (della regolazione) lunghi se confrontati ai tempi sempre più brevi del business dell'Ict, non chiarezza delle procedure della regulation. Se vogliamo che le telecomunicazioni italiane sviluppino al massimo il loro potenziale di stimolo all'economia, e dunque se vogliamo che esse abbiano una forte - in termini di comparazione internazionale - capacità di attrazione dei capitali, occorre che a ogni passo in avanti della concorrenza corrisponda, in maniera quasi automatica, un passo indietro dell'intervento regolatorio, intervento che non deve cadere nella trappola della fenice di cui parla Sabino Cassese nelle pagine iniziali di questo libro bianco.
Affinché i capitali affluiscano abbondanti e le dimensioni economiche future delle telecomunicazioni siano coerenti all'ambizione di costituire il pilastro della competitività futura del Paese, occorre dare ai giocatori di questa partita un quadro di regole chiare e semplici. Il piatto è certamente ricco, ma se non è chiaro che un poker varrà sempre più di un tris qualcuno, consapevole che i soldi non hanno purtroppo la miracolosa caratteristica della fenice, potrebbe anche preferire un altro gioco.
Sandro Frova