
Accesso: questa è la parola chiave di un futuro del quale stiamo quotidianamente gettando le basi, ma i cui lineamenti possiamo solo intuire, in virtù dei continui e tumultuosi cambiamenti che la tecnologia provoca. Quindici anni or sono il telefono cellulare veniva considerato un gadget per manager rampanti, con un valore più simbolico che concreto; cinque anni or sono Internet era visto come un fenomeno puramente tecnologico, un passatempo per appassionati di informatica. Oggi la telefonia mobile è diventata uno strumento di uso quotidiano, sia per l'operatore professionale che per il consumatore, mentre Internet continua ad accrescere giorno dopo giorno la propria diffusione tra la popolazione e a far aumentare le preoccupazioni della gestione delle imprese, che ormai hanno compreso che il loro modo tradizionale di fare affari dovrà cambiare radicalmente. Poter accedere a ogni tipo di informazione, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento e con qualsiasi strumento («any place, any time, any device» come ama ripetere Bill Gates) sarà una delle caratteristiche fondamentali delle società evolute. Spesso si parla del mezzo - o meglio del medium - trascurando il fine ultimo: Internet, la telefonia mobile (dal Gsm all'Umts, passando per il Gprs), la tv digitale e satellitare, i computer palmari, le nuove computing appliances multimediali integrate sono tutti strumenti finalizzati a dare massimo accesso alle informazioni. La vera rivoluzione del Terzo millennio è infatti l'accesso, come hanno brillantemente argomentato Jeremy Rifkin (The age of access) e Allan Murray (The wealth of choices): accedere alle informazioni significa per il consumatore aver maggiori opportunità di scelta, per lo studente aver maggiori possibilità di successo nel proprio percorso formativo, per il manager aver maggiori possibilità di creare e sfruttare i vantaggi competitivi, per le istituzioni aver maggiori possibilità di amministrare al meglio la comunità. Il ruolo delle tecnologie come strumenti in grado di garantire l'accesso e quindi di permettere alle persone di migliorare la loro condizione economica e sociale, è al centro di un ampio e intenso dibattito negli Stati Uniti, con l'obiettivo di trovare soluzioni in grado di risolvere i problemi del digital divide.
La «divisione digitale» comporta soprattutto il rischio che la società si divida in due categorie di cittadini: coloro che saranno ricchi di informazione e coloro che ne saranno poveri. Nella società dell'accesso queste differenti opportunità si rifletteranno sempre più sul successo scolastico e professionale e, più in generale, sul benessere economico degli individui, innescando un circolo virtuoso nel caso dei ricchi di informazione o un circolo vizioso nel caso di coloro che ne saranno privi. È dunque necessario che l'intera comunità, sotto la spinta delle istituzioni ma anche con la collaborazione di tutti gli attori economici e sociali, operi affinché le opportunità di accesso siano le più ampie e diffuse possibili.
Un primo tipo di intervento, che per la propria natura compete al regolatore, consiste nel fare in modo che i servizi che veicolano informazioni siano economicamente accessibili al più elevato numero di persone. Qui naturalmente si entra nel delicato tema degli schemi tariffari del settore delle telecomunicazioni, al cui riguardo tanto è stato fatto ma anche tanto resta da fare. Vorrei tuttavia concentrare l'attenzione su un altro ambito di intervento, che è propedeutico a quello appena citato: la diffusione delle tecnologie. Prima di qualsiasi discorso sulla convenienza economica dell'accesso, è necessario che l'accesso alle informazioni sia tecnologicamente possibile e alla portata di tutti gli utenti. A questo obiettivo concorrono essenzialmente due elementi: la quantità e disponibilità delle tecnologie di accesso e la loro qualità. Sul versante della qualità, l'unità di misura principale è costituita dalla larghezza di banda, che viene utilizzata come proxy del tipo di servizi che potenzialmente si possono veicolare attraverso una rete di telecomunicazioni. Tutti concordano nel ritenere, ad esempio, che un impiego estensivo di fibra ottica nelle reti fisse sarà assolutamente necessario per garantire lo sviluppo e la diffusione di una serie di contenuti multimediali - musica, film, eventi sportivi - che ora transitano da canali differenti.
Ma anche in questo caso, prima di agire sulla qualità delle tecnologie e delle infostrutture a esse legate, è necessario che le tecnologie siano disponibili, con una gamma di tipologie la più ampia possibile. È proprio questo che intendo per «quantità» di tecnologie: per raggiungere l'obiettivo del any place, any time, any device occorrono molteplici modalità di accesso alle informazioni, sfruttando tutte le opportunità offerte sia dalle reti fisse che da quelle mobili, senza dimenticare i segnali satellitari e la televisione digitale terrestre.
In particolare, gli analisti sono concordi nel ritenere che l'accesso via telefonia mobile acquisterà un'importanza sempre crescente, poiché al tradizionale vantaggio dovuto alla naturale mobilità dello strumento, si aggiungerà presto, anche in questo ambito tecnologico, l'integrazione tra voce e dati. Il percorso di questa evoluzione appare già tracciato: dalle applicazioni Wap, limitate proprio dalla scarsità di banda, si passerà al Gprs, per arrivare alla telefonia mobile di terza generazione, meglio conosciuta come Umts, con una larghezza di banda che ben si adatterà alla trasmissione di dati. Le prospettive dell'Umts sono veramente notevoli, sia per le caratteristiche tecnologiche del servizio ma soprattutto per i nuovi servizi multimediali che esso introduce, uniti alla straordinaria diffusione della telefonia mobile in Europa, che ne fa un mercato potenzialmente aperto a recepire e accogliere novità di questa portata. Recentemente, dopo le gare di assegnazione delle frequenze per l'Umts in alcuni grandi Paesi europei, alcuni commentatori, soprattutto di estrazione finanziaria, hanno espresso perplessità sulle strategie degli operatori che hanno speso cifre elevate per aggiudicarsi le frequenze. La preoccupazione per la redditività di breve e medio periodo delle società vincitrici della gara non appare in effetti del tutto infondata, poiché, oltre alle cifre esorbitanti spese per le frequenze, causate da una forse eccessiva cupidigia dei governi di fronte alla possibilità di un facile introito, occorre anche considerare l'esigenza di investire pesantemente in infostrutture, per costruire la rete senza la quale non sarà possibile veicolare il servizio.
I dubbi sulla sostenibilità del progetto da parte degli operatori sono amplificati da una campagna di informazione che certo non brilla per efficacia: quando si fanno esempi sulle potenzialità dell'Umts, spesso viene citata, forse per farsi meglio comprendere dal grande pubblico, la possibilità di inviare e ricevere immagini o suoni sul proprio telefono cellulare; a questo punto, è quasi naturale che i dubbi degli osservatori più superficiali si moltiplichino, poiché essi ritengono che applicazioni così «frivole» difficilmente giustificheranno l'adesione di massa a un servizio che comunque avrà dei costi non certo contenuti, almeno nella prima fase. Ci si dimentica però che, soprattutto quando ci sono di mezzo tecnologie che evolvono così rapidamente, la killer application è sempre dietro l'angolo o comunque assorbe certamente le attenzioni e le risorse dei reparti di ricerca e sviluppo degli operatori. Applicazioni che forse oggi nemmeno immaginiamo - soprattutto perché la comprensione della digital economy è ancora lontana dall'essere completa - e che si adatteranno alla perfezione alle caratteristiche dell'Umts, premieranno la lungimiranza degli operatori che hanno investito nella licenza e che stanno investendo nella rete.
Questo scenario promette dunque uno straordinario circolo virtuoso, al quale evoluzione tecnologica e domanda di nuovi servizi contribuiscono in maniera paritetica e coerente, a patto però che non intervengano fattori in grado di limitarne o addirittura bloccarne lo sviluppo. Nel nostro Paese esiste purtroppo uno di questi fattori di rischio: la campagna di disinformazione sugli effetti dei campi elettromagnetici, in particolare quelli generati dalle stazioni radio base. Questi timori, peraltro del tutto ingiustificati, potrebbero tagliare le gambe a una tecnologia dal grande futuro quale l'Umts. Un misto di emotività e scarsa informazione ha portato a una situazione nella quale per gli operatori è già oggi difficile potenziare la propria rete mobile, con problemi in prospettiva ben più gravi quando si affronterà la realizzazione della nuova rete per l'Umts. Un'indagine su un campione di popolazione adulta, condotta lo scorso anno in quattro grandi città italiane, conferma l'esistenza di una preoccupazione piuttosto diffusa per gli effetti dei campi elettromagnetici legati alle infrastrutture di rete mobile, ma rivela anche che queste paure si fondano sui pregiudizi, visto che l'80% degli intervistati dichiara di sentirsi poco e per niente informato sul tema dell'elettromagnetismo. Un classico esempio di povertà di informazione rischia dunque di accrescere il ritardo tecnologico del nostro Paese, proprio quando la prospettiva di uno strumento di accesso mobile ai dati potrebbe aiutare a colmare, ad esempio, quel divario che l'Italia ha oggi nel numero di utenti di Internet.
L'obiettivo deve essere quindi quello di informare meglio l'opinione pubblica su un tema così delicato. In primo luogo, i produttori di apparati e sistemi possono agevolmente dimostrare il loro impegno e i loro successi nel contenere le emissioni di onde elettromagnetiche, sia degli apparati trasmissivi che di quelli riceventi, proprio grazie alla tecnologia, che, in un tipico processo di learning by doing, costellato di innovazioni incrementali, appare oggi in grado di correggere eventuali problemi. Gli operatori, come già stanno facendo, possono impegnarsi nel monitoraggio delle emissioni delle stazioni radio base, per evidenziare come esse siano del tutto compatibili con le legittime istanze di tutela della salute. Non è infatti pensabile, anche nell'ottica dell'intera economia del Paese, mettere a rischio - senza alcun fondato motivo - gli ingenti investimenti già compiuti o i programmi di sviluppo già predisposti per creare un'infostruttura capace di sfruttare le potenzialità dell'Umts. In altre parole, oltre al rischio imprenditoriale, che tra costo delle licenze e investimenti nelle reti è già elevato, gli operatori si troverebbero a fronteggiare un nuovo fattore di rischio, tanto più incerto e sfuggevole proprio perché legato a una situazione nella quale l'emotività gioca un ruolo fondamentale. A essere in pericolo non è però solo la redditività degli operatori: eventuali atteggiamenti preconcetti verso le nuove tecnologie potranno avere conseguenze economiche e sociali di ben più ampia portata, limitando la qualità e la fruibilità dei nuovi servizi messi a disposizione degli utenti. Nell'era dell'accesso non ci si può infatti permettere, come sistema-Paese, di restare in posizioni di retroguardia su una tecnologia - l'Umts - che ha tutte le potenzialità per fungere da efficace diffusore di informazioni ed essere un elemento fondamenatle per dare agli utenti la possibilità di accedere a contenuti innovativi, in grado di migliorare i loro standard di vita. In questi anni, gli utenti italiani hanno già avuto modo di apprezzare l'utilità del telefono cellulare, come strumento di comunicazione e reperibilità, sia per fini professionali che per motivi personali. Con l'Umts si tratta di dotare il Paese di un servizio in grado di apportare notevoli vantaggi all'attività economica, poiché si inserisce a pieno titolo in tutta quella serie di opportunità e di novità legate al mondo di Internet e alla sua futura evoluzione. Penalizzare la diffusione di questa tecnologia, con argomentazioni deboli e non supportate dall'evidenza scientifica, significa mettere a rischio lo sviluppo economico e sociale del Paese, soprattutto nel confronto con le altre economie industrializzate, che in questo settore si evolveranno rapidamente, senza vincoli emotivi e irrazionali. Ormai, nell'era dell'accesso, le tecnologie abilitanti sono al centro del paradigma di sviluppo e ne costituiscono il volano. Tutti gli attori - istituzioni, produttori, operatori, mezzi di informazione, consumatori - devono quindi agire ben consapevoli di quali possono essere le conseguenze delle proprie azioni, non solo nell'immediato ma anche nel lungo periodo. Non è certo con la disinformazione - o peggio con la cattiva informazione - che si può pretendere di traghettare il Paese verso l'era dell'accesso, visto che, per combattere una visione distorta, si sprecano risorse che sarebbero molto più utili e necessarie per dotare l'Italia di tecnologie innovative e dei nuovi strumenti per competere con successo sui mercati del mondo.
Daniel Kraus