
L'invito che mi giunge dalla fondazione liberal di scrivere qualche pagina sulla paura del progresso mi provoca un senso di paura: la paura di non avere assolutamente nulla da dire sull'argomento. È vero che negli ultimi tempi il fondamentalismo ambientalista sembra aver trovato qualche strillo in apparenza peregrino. Lo si sarebbe sentito (pare) la prima volta a Seattle in occasione di un convegno sulla globalizzazione. I media hanno subito inventato un «Popolo di Seattle», che in realtà non esiste come soggetto originale: si tratta dei soliti antiprogressisti che protestano e per giunta protestano nei soliti modi primitivi (per esempio, il vandalismo contro i ristoranti McDonald's). Perfino «globalizzazione» è un neologismo per indicare cosa stravecchia iniziata nel neolitico, se non prima. Allora gli abitanti del mondo erano al massimo 10 milioni di umani; oggi sono 6 miliardi. È evidente che nel frattempo la popolazione ha riempito il globo, un processo che possiamo benissimo chiamare globalizzazione e che coincide con la storia dell'umanità terrestre. La fase successiva sarà forse quella della conquista dello spazio extraterrestre e in questo senso la globalizzazione è un fenomeno millenario, che sta per finire, non per cominciare. Dunque, è troppo tardi per scrivere qualcosa di nuovo sulla globalizzazione o, il che fa lo stesso, sul progresso e troppo presto per parlare in modo realistico, non solo fantascientifico, dell'era seguente (se verrà). Comunque gli uomini, a parte rarissimi temerari, hanno sempre mostrato paura, per non dire terrore, della progressiva globalizzazione; immaginano una fantascienza perlopiù angosciosa; e c'è da scommettere che, se conquisteranno lo spazio extraterrestre per abitarlo, lo faranno col cuore in gola. Non c'è motivo per ritenere che cambieranno la loro pavida natura conservatrice. Di regola, il nuovo è arrivato, per forza, per necessità, o travestito. Alcune epoche paiono innamorate del progresso. È il caso dei secoli XVIII e XIX. Spunta di tanto in tanto un culto del Progresso (con la maiuscola). Ma è faccenda da élites sparute ancorché chiassose, da intellettuali contro differenti intellettuali: philosophes contro clericali in Francia, cioè in un paese arretrato rispetto alla Gran Bretagna; oppure scienziati positivisti contro metafisici. Se il fenomeno si fa popolare, allora è effimero: il famoso ballo Excelsior, concepito nel 1881, spegne le sue luci una dopo l'altra, gli italiani, gli europei in generale, lasciano presto agli americani, che sono accusati di essere nevropatici il monopolio di simili «americanate». I britannici, primi beneficiari della rivoluzione industriale, si accaniscono a denigrarla. Britannici sono i luddisti, che spaccano le prodigiose macchine moderne. Britannici sono gli storici, che dipingono dell'industrializzazione un quadro nero carbone. Britannici sono i socialisti, i sindacalisti, che esigono rimedi, compresi quelli di tornare all'antico. Britannici sono i liberali alla J. S. Mill, che invocano la fine dell'innovazione e l'avvento della società stazionaria. S'intende che il liberalismo di Mill non è il liberalismo di Adam Smith, e che l'illuminismo scozzese di Smith e Hume è molto più progressista dell'illuminismo dei philosophes al di qua della Manica. Tuttavia l'Europa continentale, se adora l'illuminismo francese, cade di equivoco in equivoco sull'illuminismo scozzese, quando non lo ignora del tutto. Invero, sul progresso, gli scozzesi Smith e Hume hanno idee bizzarre. Scrive Smith nella Teoria dei sentimenti morali (parte IV, cap. 1): ciò che «risveglia e tiene continuamente in movimento l'industriosità del globo» (la globalizzazione!) è un inganno della natura, ma «è un bene che la natura si imponga su di noi in questo modo». Senza tale inganno giudicheremmo troppo alto il prezzo del progresso, un prezzo eccessivo rispetto a «tutta la fatica e tutta l'ansia» che il progresso comporta. Senza tale inganno non avremmo forse curato la continuità e la perpetuità della specie umana, senza lo stratagemma naturale della «passione che unisce i due sessi» (parte II, cap. 5). Nell'avventura umana v'è una dose di irrazionalità senza la quale non vi sarebbe avventura alcuna. Non vi sarebbe alcuna storia da raccontare, con o senza un «lieto fine». Con o senza una fine qualunque.
«È un bene che la natura si imponga su di noi in questo modo»: ammettiamolo, ma si impone poi davvero su tutti noi? Finora, bene o male, c'è riuscita. La globalizzazione è avvenuta oltre ogni speranza od ogni timore, ma i timorosi si direbbero enormemente più numerosi degli altri, basandosi sulle impressioni di chi osserva i contemporanei. Finora i timorosi si direbbero prevalenti di numero, non nella capacità di fermare la corsa del nuovo: certo la frenano, non la fermano. È una ampia maggioranza trascinata da una piccola minoranza intraprendente. E questa è pure l'opinione di un grande economista italiano, Maffeo Pantaleoni (l'amico di Pareto), oltre cent'anni dopo Smith. Leggiamo insieme qualche suo brano, dal vol. I degli Erotemi: «Il dinamismo sociale, che chiamasi pure progresso sociale, incute alle masse un vero terrore, in ragione del suo costo, che, se non è per ora misurato e misurabile, è tuttavia vagamente sentito. È questo il fondamento delle opposizioni che incontra. La grandissima maggioranza è in favore di condizioni statiche (peraltro impossibili). Una piccola parte dell'umanità funziona da lievito. (... ) Una gran parte del favore che il socialismo trova è dovuto alla speranza che riesca a creare condizioni più stabili, a burocratizzare la vita, ad assicurare pensioni, a eliminare la rivoluzione perpetua che la concorrenza produce in ogni situazione».
La rivoluzione politica una tantum del marxismo è stata spesso giudicata, evidentemente, meno traumatica della rivoluzione permanente della concorrenza capitalistica di mercato. Il capitalismo senza mercato di vera concorrenza, capitalismo regolato, senza libera e leale concorrenza, cioè senza l'unica qualità che lo rende moralmente difendibile agli occhi di un liberale, è il capitalismo che piace di più a parecchi capitalisti e dispiace di meno ai sindacalisti e ai politici di sinistra. È il capitalismo dei conservatori dello statu quo, anche se a loro piace farsi chiamare progressisti, sollevando un polverone semantico al quale finora non si trova rimedio. Viviamo in una specie di mondo alla rovescia e di babele linguistica, in cui evidentemente c'è chi si trova bene. Vi sono ecologisti conservatori, che praticano una specie di terrorismo antiscientifico, giusto perché la scienza, con le sue applicazioni tecniche, è la principale fabbrica del nuovo. Fin qui, nulla di strano. Ma quegli ecologisti, al momento di farsi propaganda e supponendo di essere più convincenti, ricorrono al linguaggio scientifico. Si ricordi cosa accadde all'inizio degli anni Settanta. Uno sponsor di prestigio (il Club di Roma, per paradosso presieduto da un imprenditore) sceglie in America una cattedrale della scienza (il Mit) e lì commissiona un rapporto (I limiti dello sviluppo) che più reazionario non è immaginabile. Il rapporto è al tempo stesso divulgativo (milioni di copie tradotte in tutte le lingue) e all'apparenza rigoroso (formule, grafici multicolori, estrapolazioni al computer fino all'anno 2000 e oltre). Conclusione: la fine del mondo è dietro l'angolo, a meno che... Occorre un'autorità che abbia la forza di imporre sull'intero globo l'alt allo sviluppo.
Alt anche allo sviluppo scientifico? Si può chiedere la fine della scienza (oltre che della libertà) in nome della scienza? Ovviamente, quella dei Limiti dello sviluppo è scienza fasulla. È dimostrabile che, applicando i metodi del Mit a qualunque epoca del passato, dal neolitico in poi, si giunge sempre alla conclusione che il mondo sta per finire per esaurimento delle risorse non rinnovabili. È da più di diecimila anni che il mondo dovrebbe finire e invece va avanti. D'altronde siamo già nel 2000, le previsioni del Mit sono controllabili, non riguardano più il futuro, è i1 presente che le dichiara sbagliate, e di grosso.
È ora di concludere, e lo faccio ricorrendo ancora a Pantaleoni: «Giudicando dal noto all'ignoto, e riconoscendo una iniziativa in ogni proposta d'inventore di congegno tecnico, se anche limitiamo il conto delle iniziative di questo genere a quelle sole che maturano fino al punto da potersi tradurre in domande di brevetti, noi vediamo che, su di un migliaio, una appena è tale da valere le spese di una seria prova, e che su varie centinaia che abbiano superato questa prova, solo pochissime costituiscono un vero progresso, cioè riducono il costo del travaglio dell'umanità». Per questo è giusta «la severità usata ognora dalla umanità con innovatori, inventori, iniziatori, promotori, scopritori, rivoluzionari e folli, gente questa di cui il pubblico fa un solo convoglio. Per lo più tutta questa genìa ha finito male, e giustamente, cioè utilmente per il consorzio civile». Fin qui sono d'accordo con Pantaleoni e, in fondo, con l'umanità, tanto più che di recente abbiamo superato ogni precedente limite di rischio in particolari settori: fisica nucleare, genetica, eccetera. Tuttavia il tiro alla fune tra innovatori e conservatori deve essere leale, a cominciare da chi appartiene alla squadra degli innovatori e chi a quella dei conservatori. E poiché il grosso dell'umanità è conservatore di natura, bisogna che non si alimenti lo spirito di conservazione e la paura del nuovo con mezzi terroristici, truffaldini, sia pure giustificandosi col dire che anche gli avversari ricorrono a tali mezzi. Raccontare favole al popolo che si vorrebbe mantenere fanciullo e quindi manipolabile è un programma facile, che non mi sento di raccomandare. È troppo facile e troppo arcaico.
Più pericoloso di ogni innovazione è il mantenimento di due pregiudizi antichi: il primo è che «il popolo non capisce» e il secondo è che «il popolo deve lasciarsi guidare dai politici-sapienti». Furono politici-sapienti a usare il progresso per ammazzare meglio dopo aver aizzato i popoli a combattere l'uno contro gli altri.
Sergio Ricossa