
Il comunismo e la divisione dell'Europa durante la guerra fredda hanno a lungo garantito un ordine: all'est un'Europa ibernata, a ovest un'Europa pronta al confronto. Non esisteva nessuna area «grigia». Oggi questo ordine, e tutte le «sicurezze» che ogni ordine comporta, è saltato. Con la caduta del muro si è assistito a un ritorno alla normale evoluzione della storia europea, con tutte le sue incertezze. Oggi stiamo vivendo una rivoluzione che si costituisce di tre elementi principali: il mercato globale, la libertà di movimento che ha modificato il volto del capitalismo e infine la rivoluzione delle tecnologie. È la coesistenza di questi tre aspetti che ci consente di entrare appieno in una vera economia capitalista di mercato. È vero che questo fenomeno si sviluppa in Europa con un ritardo rispetto agli Stati Uniti di circa cinque anni. Ed è anche vero che l'ampiezza dello sviluppo non è esattamente la stessa: la rivoluzione tecnologica, la nuova economia, ha creato negli Stati Uniti una crescita media annuale del cinque per cento, in Europa questo ciclo si è assestato su una media del tre per cento. Ma non credo che questo si possa spiegare con una maggiore paura del nuovo in Europa, o con una sua inadeguatezza a integrare i cambiamenti della new economy, ma piuttosto con l'inferiore flessibilità del sistema economico europeo e una maggiore incidenza del fenomeno fiscale. Questo fa sì che la rivoluzione tecnolgica ed economica sia in un certo senso «ammortizzata» in Europa. A questo punto sono possibili due tipi di posizioni. La prima, quella più logica, vorrebbe che noi europei adottassimo in piena regola il modello americano, eliminando di conseguenza tutti questi «freni» che ci costano uno o due punti di crescita economica per anno. La seconda posizione prende invece in considerazione il modello economico scelto dall'Europa, che in termini di efficacia e di solidarietà, ovvero di competizione e protezione, sceglie di far pendere la bilancia dalla parte della competizione e accetta di pagare questa scelta con uno o due punti in meno di crescita. E non dobbiamo dimenticare che all'interno di un sistema economico di mercato, possono tranquillamente coesistere sistemi di arbitraggio, di equilibrio, diversi. Gli Stati Uniti hanno scelto un sistema a efficienza massima e solidarietà debole. Il Regno Unito ha fatto una scelta simile. L'Europa continentale ha fatto una scelta diversa: si può accettare di pagare in termini economici un sistema sociale più efficace. È in questi termini, credo, che si debba interpretare la differenza con gli Stati Uniti e la maggiore «lentezza» dell'Europa a integrare sistemi nuovi.
Detto questo, ritengo che la rivoluzione economica e tecnologica in Europa sia estremamente profonda, che tutto quanto riguarda la sfera economica e produttiva ha subito cambiamenti straordinari e che l'unico ritardo si possa rilevare nella sfera pubblica, dove sussistono in effetti elementi arcaici.
A questo livello è però più facile e più giusto parlare di singoli Paesi che non di Europa. Prendiamo l'Italia, per esempio. Questo Paese ha compiuto sforzi straordinari per entrare nell'euro. Ed è ugualmente straordinario, nel campo delle relazioni di lavoro, il processo che ha condotto ad applicare contratti di diritto privato al settore pubblico. Evoluzioni ugualmente straordinarie ci sono state in Inghilterra e in Olanda. I due Paesi europei dove la parte pubblica resta preponderante sono la Germania e la Francia. E con certe sfumature. Alcune aziende, come le poste, per esempio, in Francia non sono affatto pronte a essere privatizzate al contrario della Germania. È dunque vero che in Francia l'evoluzione è più lenta, che la Francia è in un certo senso il Paese che ha più «paura». Ma la Francia è anche una realtà estremamente divisa: credo che sia uno dei Paesi capaci di adattarsi prima e meglio all'economia di mercato nella sfera privata, e più tardi e peggio nella sfera pubblica. Si tratta di disequilibri che possono coesistere. Sarebbe diverso se la Francia «privata» si rivoltasse contro la Francia «pubblica». Ma basta pensare ai grandi scioperi del settore pubblico del 1995: all'epoca fui tra quelli che pensavano che la Francia del settore privato si sarebbe rivoltata contro il settore pubblico che paralizzava il Paese. Ma non è andata così. Al contrario. I «privati» sono stati solidali con gli scioperanti: questo perché un terzo dei lavoratori francesi sono impiegati nel pubblico e dunque in ogni famiglia, in media, entrambi i settori sono rappresentati. Le «due France» non sono separate, non esiste un muro tra l'efficienza privata e la protezione pubblica. È vero che in Francia c'è una scuola intellettuale e politica che combatte con tutte le sue sforze i cambiamenti, in particolare la mondializzazione. Ma è un comportamento che è sempre esistito, fin dai tempi della costruzione europea: non possiamo dimenticare che un terzo dei francesi era contrario al trattato di Maastricht. E oggi, di nuovo, esiste un buon terzo della popolazione francese che è - per così dire - «contrario» alla mondializzazione, e il dibattito è di una estrema violenza. Anche questo è un fenomeno tipico di ogni Paese. In Germania, per esempio, non esiste un dibattito ideologico a favore o contro la mondializzazione, a favore o contro la new economy. In compenso ci sono organizzazioni non governative che non fanno ideologie, ma combattono l'ideologia della mondializzazione con una potenza e con una violenza sconosciute in Francia. La Francia ha José Bové, che parla. I tedeschi hanno Greenpeace, che agisce. Ovunque esistono forze ostili alla mondializzazione, ma si manifestano in modo diverso. In Francia, dove tutto è intellettuale o politico, anche l'opposizione acquista un carattere intellettuale o politico. In Germania, dove le cose accadono di preferenza all'interno della società, l'opposizione acquista una forma più militante. Prendiamo il dibattito sulla mucca pazza, che per molti versi si avvicina a quello sugli Ogm, sul mangiare naturale. Credo che in Francia una grossa parte della psicosi e del dibattito sollevato dalla mucca pazza, sia un sottoprodotto dell'affare del sangue contaminato. Anche se in molti Paesi si è verificato il dramma del sangue contaminato con il virus dell'Aids, soltanto in Francia si è assistito alla messa in stato di accusa di alcuni ministri ritenuti responsabili del contagio di numerose persone sottoposte a trasfusioni di sangue infetto, non controllato. La Francia è il solo Paese in cui ci sia stato un processo con politici alla sbarra degli imputati. I politici francesi hanno sviluppato una vera sindrome e il loro comportamento ne è oggi profondamente influenzato. Non possiamo inoltre dimenticare che in Francia quando si tocca il cibo, si tocca un valore profondo del Paese. Il rapporto dei francesi con l'alimentazione non è lo stesso di quello che hanno i tedeschi. Ogni Paese ha le sue paure. La Francia va nel panico per la mucca pazza, i tedeschi per il trasporto delle scorie radioattive, che al contrario in Francia possono circolare per le strade senza problemi. Le sensibilità ecologiche non si attivano sugli stessi argomenti nei diversi Paesi, ma corrispondono a ragioni profonde che riguardano la cultura identitaria di un Paese. La natura è per i tedeschi quello che il cibo è per i francesi. La mondializzazione evoca dovunque fantasmi, paure e sogni. Invece di pensare che la globalizzazione sia un dato di fatto come l'aria che si respira, invece di concentrare le energie a risolvere e regolare i problemi che solleva, c'è ancora la tendenza a credere che sia possibile fare a meno e combattere la mondializzazione, come sarebbe possibile fare a meno dell'aria che si respira. Ci sono resistenze, ma non è detto che debbano necessariamente essere considerate negativamente. Ho recentemente partecipato a un dibattito con José Bové. Gli ho detto che non potrei mai stare dalla sua parte, che preferisco stare con quelli che hanno vinto, e in questo caso la logica economica ha vinto. Ma è vero che esistono contropoteri estremamente utili, soprattutto in quanto segnali di allarme. Quello che dice José Bovè è falso, ma è utile tenere in considerazione l'espressione della sua resistenza, in quanto comportamento simbolico. Al contrario del sociologo Pierre Bourdieu, coinvolto in una logica politica minoritaria che definirei neo-bolscevica, espressione di una volontà di controsistema, Bové esprime una preoccupazione reale. Che bisogna ridurre, combattere, ma di cui bisogna tenere conto. Il successo che ottiene è un dato di fatto, questo significa che esistono reticenze profonde, timori che la mondializzazione vada a distruggere modi di vita radicati. È dunque necessario spiegare che in un universo mondializzato c'è posto per ogni particolarismo e che non è assolutamente vero che mondializzazione significa uniformizzazione. Esistono regioni in Europa che sono riuscite a preservare e sviluppare la loro identità più facilmente in un universo mondializzato che non all'interno di un Paese. Penso alla Catalogna, alla Scozia, alla Baviera o alla stessa Italia del Nord. Chi ha problemi, è lo Stato nazione, centralizzato. Ed è per questo che in Francia la mondializzazione incontra tante difficoltà. Gli ultimi Stati centralizzati europei erano il Regno Unito e la Francia. Il Regno Unito ha praticato una importante devolution - è la grande opera di Tony Blair - e oggi la Francia resta il solo Stato centralizzato del vecchio continente. Questo sì, è un vero problema.
Sono comunque convinto che l'Europa abbia voce in capitolo nelle rivoluzioni economiche e tecnologiche che stiamo vivendo, che non sia soltanto espressione di paure o resistenze. Se dal punto di vista della produzione non esistono modelli molto diversi da quello americano, per quanto riguarda la ridistribuzione della ricchezza sono possibili scelte diverse. Nelle nostre società oggi viene ridistribuito circa il 50 per cento di quello che viene prodotto. Non esiste certo un modello europeo dell'impresa internazionale: il modello è universale. Al contrario, per quanto riguarda la ridistribuzione l'opzione europea è diversa da quella americana. È bene ricordare che se non abbiamo lo stesso ritmo di crescita di quello che si registra dall'altra parte dell'Atlantico è perché abbiamo fatto scelte diverse in termini di equilibrio tra competizione e protezione. Non si può avere il 5 per cento di crescita economica e conservare allo stesso tempo i nostri sistemi sociali. Credo che il due per cento in meno corrisponda, oggi, a quello che vogliono i cittadini europei.
(Testo raccolto da Francesca Pierantozzi)
Alain Minc