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Siete voi europei la palla al piede dell'innovazione

Supplemento al numero 4 di Fl
colloquio con Francis Fukuyama

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spec_cop Francis Fukuyama è abituato a dare giudizi netti: «È una lotta inutile, perché tanto nessuno nella storia dell'umanità è mai riuscito a bloccare l'innovazione. E si tratta anche di una crociata contraddittoria, perché spesso la guidano proprio quei movimenti che amano definirsi progressisti». Da quando Fukuyama scrisse che la storia si era conclusa, con l'affermazione definitiva del sistema democratico e liberale, basato sull'economia di mercato. Questa teoria venne attaccata da personaggi come Samuel Huntington, che nello scontro politico, religioso e culturale tra le diverse civiltà del mondo vedono smentita proprio l'inevitabilità del modello occidentale uscito vittorioso dalla guerra fredda. Da qualche anno, però, questo modello occidentale è sotto attacco anche dall'interno. L'innovazione tecnologica, soprattutto nel settore delle comunicazioni, ha aperto le porte alla globalizzazione, che dopo il confronto col comunismo è diventata lo sbocco naturale dell'economia di mercato. Eppure le resistenze più clamorose a questo fenomeno non sono venute solo da culture come quella islamica, gelosa delle proprie tradizioni. Nella strade di Seattle o nei Parlamenti dell'Europa, le innovazioni della new economy, delle biotecnologie e della rivoluzione digitale hanno incontrato l'ostacolo di una coalizione eterogenea, composta di giovani occidentali, ambientalisti, contadini, sindacalisti e politici di destra e sinistra, come gli americani Pat Buchanan e Ralph Nader. «Per discutere questa paura dell'innovazione, bisogna distinguere tra le differenze culturali e quelle relative ai vari settori dove l'innovazione stessa si realizza».
Cominciamo dal primo punto. «Sul piano culturale» risponde Fukuyama, «è chiaro che esistono ruoli e atteggiamenti diversi, anche a livello geografico. Gli Stati Uniti hanno guidato l'innovazione tecnologica, che è cominciata proprio in casa loro. Questa tendenza trova le proprie origini nella storia del Paese, che è stato costruito sulla volontà degli immigrati giunti da tutti i continenti, decisi ad andare verso il nuovo in ogni senso. Anche dal punto di vista politico, quindi, l'America era più pronta a vivere il fenomeno dell'innovazione tecnologica, perché non ha mai avuto certe barriere ideologiche che ancora frenano l'Europa. L'Asia è arrivata subito dopo, nonostante fino a pochi anni fa fosse un continente che in prevalenza doveva fare i conti col problema dello sviluppo. L'innovazione è stata accettata dai governi e dalle popolazioni, come uno strumento per migliorare le loro vite e in alcuni settori della tecnologia le aziende asiatiche hanno assunto la leadership mondiale. L'Europa, invece, è il continente che ha frenato di più, a parte le regioni arretrate dell'Africa e del Medio Oriente. Questo atteggiamento ha chiare origini culturali e politiche. L'Europa ha una lunga storia di cui è gelosa, alla quale non vuole rinunciare. E in qualche caso vede l'innovazione come una minaccia alla sopravvivenza della proprio cultura. La politica, inoltre, è sempre stata molto ideologica e frammentata. Alcune organizzazioni hanno fondato la loro esistenza sulla difesa di gruppi particolari e questo produce resistenza alle novità che potrebbero indebolirli».

Allora vediamo come si traducono queste differenze culturali, nella paura dell'innovazione distribuita per settori.
Credo che il primo settore da analizzare sia quello del lavoro. Per qualche ragione, alcune persone si sono convinte che l'innovazione lo minaccia.

E non è vero?
È vero che le novità tecnologiche faranno scomparire alcuni mestieri, ma è falso che il saldo totale sia negativo. Per alcuni lavori che spariscono, ce ne sono molti di più che nascono, proprio grazie all'innovazione.

Questo travaso, però, non legittima la paura di chi fa mestieri condannati a morte dalla new economy.
Il problema, quindi, torna a essere culturale. Negli Stati Uniti, passare da un lavoro all'altro nell'arco della propria esistenza è assolutamente normale: c'è gente che va all'università a quarant'anni, proprio per cambiare vita. In Asia si sta diffondendo un atteggiamento simile: tanto i governi, quanto i singoli individui, cercano di capire in anticipo dove sta andando il mercato del lavoro, per favorire una transizione più morbida possibile. Invece di resistere alle forze naturali dell'innovazione, si cerca di preparare la gente, in modo che riesca ad adeguarsi velocemente alla realtà in trasformazione, traendo tutti i vantaggi possibili. In Europa invece si frena. Molti partiti politici e molti sindacati esistono solo per difendere alcuni gruppi particolari. Di conseguenza, anche se le loro richieste sono fuori dal tempo, vengono protette comunque, ritardando mutamenti inevitabili. In questo modo, si ottiene solo il risultato di frenare l'intero continente, perché tanto questi cambiamenti prima o poi arriveranno. L'esempio più tipico è quello del famoso braccio di ferro tra il premier britannico Margaret Thatcher e i minatori del suo Paese. L'innovazione che lei voleva introdurre era necessaria, perché la dettavano i tempi. La resistenza dei minatori ha raggiunto solo lo scopo di rallentarla e complicarla, ma quando finalmente è arrivata tutti hanno riconosciuto che era benefica. Purtroppo molti altri Paesi europei vivono tuttora nelle stesse condizioni e sono destinati a passare attraverso lo stesso faticoso processo di trasformazione, perché queste innovazioni si possono rallentare, ma non impedire.
Naturalmente c'è uno stretto legame tra le innovazioni politiche e sociali, di cui lei stava parlando, e quelle tecnologiche legate alle comunicazioni, ai computer e alla rivoluzione digitale.
Certo. In molti casi, infatti, sono proprio le novità tecnologiche che cambiano il mercato del lavoro e quindi rendono necessari i mutamenti sociali e politici.

La paura dell'innovazione, però, riguarda anche settori come le biotecnologie o i cibi modificati geneticamente, che toccano più da vicino temi come la salute, la sicurezza, l'etica e gli stili di vita.
Anche qui ci sono delle differenze di approccio, che affondano le radici nella cultura dei vari continenti. Gli Stati Uniti sono più abituati ad accettare questi cambiamenti, quando gli scienziati garantiscono la loro sicurezza. L'Asia ha imparato ad accoglierli, perché ha visto che certe tecnologie possono aiutare a risolvere problemi storici gravissimi, come quello della malnutrizione. L'Europa invece resiste, sia perché è più legata alle proprie tradizioni, ad esempio nella cucina, sia perché ha vissuto esperienze negative, che hanno condizionato il suo atteggiamento. Parlando delle biotecnologie, ad esempio, credo che nel vecchio continente sopravvivano ancora le orribili memorie legate al nazismo. Le manipolazioni tentate o immaginate in quegli anni erano davvero terrorizzanti e quindi si capisce che gli europei conservino un timore di fondo. Ma un'altra ragione di resistenza sta anche nell'antiamericanismo di vecchio stampo. Le biotecnologie, infatti, sono dominate dalle aziende e dagli scienziati degli Stati Uniti e questo provoca un'opposizione automatica in certi settori della società europea.

Anche queste sono paure ingiustificate, che comunque non riuscirano a fermare l'innovazione?
Non sono ingiustificate se parliamo di sicurezza. I problemi etici vanno discussi, per capire cosa siamo disposti ad accettare. Anche i problemi pratici meritano grande attenzione, perché prima di mettere un cibo sul mercato o consentire una procedura medica bisogna avere la garanzia assoluta della sicurezza. Ma il nucleare è un buon metro di paragone, in positivo e in negativo, per comprendere queste dinamiche. Abbiamo rallentato la proliferazione, ma le armi atomiche esistono ancora e in alcuni casi vengono potenziate. Certi Paesi hanno rinunciato alle centrali, ma il problema dell'energia resta e, fino a quando la tecnologia non offrirà qualche soluzione alternativa, molti altri Stati continueranno a utilizzare il nucleare. Dunque è possibile frenare o indirizzare l'innovazione. Ma cercare di bloccarla, in nome della paura, è peggio che lottare con i mulini a vento.
 

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