
Matteo De Sio opera all'Ufficio prevenzione della Asl Salerno 2 e dice: «Il problema dei ripetitori è un problema di percezione del rischio. La gente si allarma appena vede un'antenna e non sa che è più pericoloso stare a meno di due metri dallo schermo di un televisore...». De Sio ha un problema: il rifiuto totale da parte dei cittadini delle antenne, determinato dalla paura. Paura che le antenne siano portatrici di malattie terribili, delle quali fino a qualche tempo fa era persino impronunciabile il nome, quasi che ciò servisse a esorcizzarle. Paura che la corriva semplificazione e la pigrizia mediatica hanno tradotto in uno dei titoli-slogan più ricorrenti, «antenna killer». Di fronte alla paura non c'è argomento che tenga, né valgono i controlli e le autorizzazioni delle autorità sanitarie. Al punto che Matteo De Sio se ne è uscito con una proposta paradossale: collocare le antenne in un'area periferica della città, zona Fratte, adeguatamente sopraelevata, a ridosso dello svincolo autostradale della Salerno-Reggio Calabria; è certo, certissimo, che i residenti in quell'area non avranno da ridire: a Fratte vi è il cimitero di Salerno.
Il senso di impotenza del pur immaginifico dirigente della Asl di Salerno non deve sorprendere. Perché un effetto l'emissione di onde elettromagnetiche certamente l'ha avuto: stimolare le più bizzarre fantasie, anche in personaggi insospettabili. Margherita Hack è certamente l'astrofisica italiana più nota agli italiani: è personaggio, come si dice, che sfonda il video. Nemica giurata delle pseudo scienze e, perciò, dell'irrazionale, di tutto ciò che fa leva sull'emotività, la credulità, la paura. Eppure, non più tardi di quest'estate, Margherita Hack ha proposto in un'intervista di risolvere il problema collocando le antenne lontane dai centri abitati, in aperta campagna. Lasciamo da parte la praticabilità tecnica di questo suggerimento: le antenne in campagna lascerebbero i telefonini muti, radio e tv hanno bisogno anch'esse che i ripetitori siano sistemati in zone strategiche per garantire la copertura della rete. Ma come la mettiamo con il sindaco di San Nicola Arcella, paesotto della costa cosentina? Con un recente regolamento comunale si è stabilito che antenne per la telefonia cellulare e impianti per il trasporto di energia elettrica debbano essere collocati fuori dal centro abitato; che nelle località «a edificazione rada (zone agricole e assimilabili) la distanza dai fabbricati dovrà essere almeno di 500 metri». Già, ma come la mettiamo con la fauna e la flora? E si può riservare il medesimo livello di attenzione ad animali domestici e a quelli selvatici, alle colture e alla vegetazione selvatica? Il regolamento prevede tutto: «In caso di fondo coltivato... poiché non sono ancora accertati gli effetti provocati dall'esposizione ai campi elettromagnetici sulle specie vegetali e animali domestiche dovrà essere inibita almeno una fascia di trenta metri a qualsiasi tipo di attività agricola... In tale fascia, invece, potrà ammettersi la crescita di vegetazione spontanea di tipo autoctono e di specie animali selvatiche capaci di trovare adattamento alle mutate condizioni del sito. Tali specie... in quanto potenziali veicoli di mutazioni genetiche che potrebbero avere riflessi nelle zone di frontiera della fascia di rispetto, per quanto riguarda la flora, e fuori di detta fascia per quanto attiene alla fauna, saranno sottoposte a controllo periodico statistico...».
I frutti della cultura del divieto. San Nicola Arcella rappresenta, allo stato delle conoscenze, il caso limite. Ma tra la normativa nazionale, in vigore dal gennaio 1999, e l'inedita estensione dei rischi di inquinamento elettromagnetico anche alle felci e all'intera macchia mediterranea (peraltro disinvoltamente distrutta dalle speculazioni edilizie) c'è di mezzo un mare di anarchismo regolatore, che fatalmente comprende bizzarrie d'ogni genere: dalle evocazioni di San Francesco, presunto nemico ante litteram dell'elettricità, della radiotv e della telefonia mobile (lui, che amava tanto parlare), all'esibizione di certezze scientifiche e di competenze disinvoltamente sostituite a quelle dell'Organizzazione mondiale della sanità e di fior di premi Nobel. C'è, naturalmente, una spiegazione per questa ennesima anomalia italiana. Essa consiste essenzialmente in quella che si può definire la cultura del divieto. Che, a sua volta, è frutto di un'eterogenea combinazione: il sopravvivere oltre misura di monopoli pubblici nel campo della comunicazione; l'approssimazione con la quale vengono gestite le fasi di transizione dai monopoli alla liberalizzazione e/o privatizzazione. Alla negligenza o ignoranza del tema si sovrappongono l'incapacità e la non volontà di stabilire le nuove regole; la marginalizzazione degli interessi nazionali, sopraffatti dalle logiche di parte (una cosa si fa o non si fa, si permette o si nega non se serve al Paese o lo danneggia, ma se serve a una parte a danno dell'altro, e viceversa); l'incomprensione per il cambiamento; da ultimo, una cultura ambientalista conservatrice, più negatrice che propositiva.
Il primo e più clamoroso esempio degli effetti di questa nefasta miscela risale agli anni Ottanta, quando lo stesso paesaggio fisico del Paese cambia con la disseminazione di impianti per le radio e le tv private. Ma sino ad allora il proliferare di fonti di emissione delle cosiddette «radiazioni non ionizzanti» (onde elettromagnetiche) era stato praticamente ignorato dal legislatore. Sulle cronache è registrato il decreto 303, del 19 marzo 1956, del presidente della Repubblica, che fissava norme generali sull'igiene del lavoro, ma bisognerà attendere il 9 giugno 1975 per un secondo decreto presidenziale, il numero 482. Con esso si includevano le radiazioni ionizzanti e non nell'ambito della nuova tabella delle malattie professionali, così mentre per le radiazioni ionizzanti si è potuto far sempre riferimento a una normativa, per le radiazioni non ionizzanti non venivano fissati neanche i limiti massimi di esposizione. Al contrario, un decreto presidenziale del medesimo anno riconosceva una particolare indennità di rischio al personale civile dello Stato: anziché suggerire norme di prevenzione, l'esposizione alle onde elettromagnetiche veniva monetizzata. L'esatto contrario di quello che già avveniva a livello internazionale e di quanto era suggerito dalle istituzioni sanitarie nazionali.
Ai politici - partiti, legislatori, istituzioni governative - non mancavano, infatti, sollecitazioni della cosiddetta società civile. Negli anni Settanta l'attenzione per il problema era già ben viva tra studiosi e ricercatori. Sul finire del decennio sarà proprio un gruppo di ricercatori di quello che allora si chiamava Laboratorio delle radiazioni (oggi è il Laboratorio di fisica, ora e allora facenti capo all'Istituto superiore di sanità) a proporre un sistema di norme per fissare limiti di esposizione alle onde elettromagnetiche. Il progetto fu illustrato al 41° Congresso della Società italiana di medicina del lavoro e igiene industriale (Bologna, 4-7 ottobre 1978) e perfezionato al successivo (30-31 ottobre 1978) Convegno nazionale dell'Associazione italiana di fisica sanitaria e protezione contro le radiazioni. Il 1978 è stato anche l'anno di nascita del Servizio sanitario nazionale, la cui legge istitutiva prevedeva, all'articolo 4, la fissazione dei limiti massimi di esposizione relativi agli elementi inquinanti di natura fisica negli ambienti di lavoro, abitativi ed esterni. Ma fu il 4 agosto del 1981 che il Ministero della sanità accolse il suggerimento dei ricercatori che, dopo i due convegni del 1978 e dopo la redazione di un'ipotesi conclusiva di normativa, avevano proposto l'istituzione di una commissione interministeriale, integrata da specialisti, per tradurre il lavoro fatto in un articolato di legge. La commissione Campos Venuti (dal nome della ricercatrice che la presiedeva) ricevette il compito di «formulare una normativa nel campo della protezione della popolazione e dei lavoratori dalle radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti, con particolare riguardo alla problematica connessa ai possibili rischi sanitari collegabili a un'incontrollata esposizione a essi e di stabilire i livelli di esposizione limite, nonché le condizioni di lavoro che ottimizzino il livello di sicurezza del personale professionalmente esposto».
Da notare che di quella commissione facevano parte non soltanto esponenti dei ministeri per così dire classici (Sanità, Poste; non esisteva ancora quello dell'Ambiente) ma anche rappresentanti dei dicasteri del Lavoro e dell'Industria. La commissione lavorò anche con una certa rapidità perché già al convegno del 23-25 settembre 1982 dell'Airp (Associazione italiana di protezione contro le radiazioni) fu in grado di presentare una proposta normativa. Il ministero della Sanità sembrò reagire con fulminea prontezza. Il 12 novembre del medesimo anno il ministro inviò una circolare (la numero 69) agli altri dicasteri interessati, ai presidenti delle Regioni, alle autorità sanitarie centrali e periferiche: «in attesa dell'emanazione della suddetta normativa nazionale, è auspicabile che codeste Regioni, acquisite in dettaglio tutte le informazioni tecniche che questo ministero ha reperito in specifiche pubblicazioni redatte dall'istituto superiore di sanità... si mettano in grado di censire le fonti di radiazioni Rf e Mw eventualmente presenti nel proprio territorio e organizzino, in collaborazione con istituti qualificati un servizio di sorveglianza volto a valutare i livelli di esposizione e ad acquisire, se necessario, gli opportuni strumenti di misura...».
Istruzioni generiche, velleitarie, limitate comunque a censire e misurare. Istruzioni rese ancor più sterili dal fatto che la proposta messa a punto dalla commissione non diverrà mai legge. Con il risultato che già agli inizi degli anni Ottanta il problema venne scaricato sulle Regioni. Non tutte tradussero in misure operative le raccomandazioni del ministero della Sanità, altre lo fecero e si spinsero oltre, nel senso che tradussero le indicazioni della commissione Campos Venuti in norme per fissare limiti di esposizione.
La guerra delle tv e delle radio. Fu comunque l'esplosione delle radio e tv private, con il massiccio dispiegarsi di ripetitori e antenne a stimolare l'iniziativa legislativa di alcune Regioni, al contrario del governo nazionale che, paralizzato dai contrasti tra le forze politiche, non riuscì a regolare alcunché, né il sistema radiotelevisivo cosiddetto misto, ancor meno il problema dell'impatto ambientale e sanitario delle reti di trasmissione e distribuzione del segnale. Contemporaneamente, il cattivo governo del territorio fece sì che sempre più sorgessero sulla medesima area insediamenti edilizi e tralicci Enel per il trasporto di energia elettrica. Le forze politiche persero un'occasione storica, completamente assorbite com'erano dallo scontro sul ruolo del servizio pubblico (Rai) e sugli spazi da consentire all'emittenza privata. Il tutto valutato sulla base di quello che si riteneva il proprio tornaconto in funzione dell'influenza esorbitante che si attribuiva al sistema tv sull'esito delle competizioni elettorali. Incapace di regolare non tanto il presente quanto il futuro, il sistema politico si illudeva di recuperare il ritardo, codificando non tanto quel che si poteva fare e come lo si dovesse fare, ma quello che non si poteva e non si doveva fare. Era immaginabile che mentre si discuteva a lungo e accanitamente se alle tv private si dovesse consentire, oltre alla trasmissione in rete nazionale, anche di fare informazione, ci si preoccupasse di stabilire quali dovessero essere i limiti di esposizione alle onde elettromagnetiche? Neanche a pensarci. Così, di quegli anni ci restano alcune leggi regionali. Scese per prima in campo - nel 1989, sette anni dopo la circolare del ministero della Sanità - la Regione Piemonte e sempre nel 1989 una legge della Regione Lazio riguardò gli «insediamenti radiotelevisivi», con il particolare obiettivo di un «progressivo trasferimento delle emittenti radiotv nelle zone a più alta concentrazione». Legge dagli esiti del tutto inefficaci. Seguirono nel giugno del 1991 la Regione Abruzzo e nel 1993 la Puglia e il Veneto, mentre le altre Regioni non sono andate oltre la presentazione di progetti di legge. In assenza di leggi, sia di settore che per l'insieme delle sorgenti di emissione di onde elettromagnetiche, si è proceduto allora per decreti. La nascita del ministero dell'Ambiente costituì indubbiamente un fattore di stimolo. Ma l'attenzione rimase limitata agli elettrodotti. Un decreto ministeriale del gennaio 1991 aggiornò le norme tecniche per la costruzione e l'esercizio delle linee elettriche, un decreto del Consiglio dei ministri dell'aprile 1992 indicò limiti di esposizione e fissò al 2004 il termine per il risanamento di impianti fuori norma (risanamento che nel 1996 sarà oggetto di un accordo precedurale interministeriale fissato per decreto dal ministero dell'Ambiente), un successivo decreto del settembre 1995 dettò norme tecniche procedurali di attuazione del precedente provvedimento. Altri provvedimenti riguarderanno la tutela nei luoghi di lavoro (decreto legislativo del settembre 1994) e l'attuazione della direttiva Cee del 1985 (decreto dell'ottobre 1992) volta a salvaguardare la salute nei luoghi di lavoro di gestanti, puerpere o in periodo di allattamento. Nel frattempo, in un modo o nell'altro il sistema radiotelevisivo aveva trovato un suo assetto, quella sorta di duopolio sopravvissuto sino a oggi.
La telefonia mobile, un terremoto. Ma se la «guerra delle tv» ha un sapore di passato remoto, la rivoluzione della telefonia (fissa e mobile) liberalizzata è vicenda tuttora in corso. La telefonia non ha, ovviamente, il medesimo impatto delle tv sulle forze politiche e tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta non ci sono soltanto dieci anni di intervallo: c'è un abisso, ci sono rotture traumatiche, tragedie, eventi inimmaginabili e imprevedibili. Resta un elemento di continuità: la vocazione a porre divieti, più che a governare e assecondare lo sviluppo. Concorre anche un dato obiettivo: la diffusione della telefonia mobile comporta la disseminazione di una quantità ingente di antenne (d'altra parte, più la rete è fitta, minore è la potenza delle antenne) da collocare dove bisogna garantire la ricezione del segnale; dunque, innanzitutto nelle aree a maggiore densità urbana. È un elemento non trascurabile. La tv, le sue antenne (quelle collocate in cima a un colle e quelle piantate sulle case) fanno parte da decenni del nostro habitat, la tv ha imposto negli anni altri elementi di conflitto e polemiche: si è discusso e si discute dell'inquinamento televisivo inteso come pervasività del messaggio non come fonte di inquinamento elettromagnetico. E nessuno può dire come sarebbero andate le cose se la legge auspicata nel 1982 fosse stata varata e applicata, con una modulazione applicabile anche alle novità che le sarebbero succedute: dal sistema misto radiotv alla telefonia cellulare.
Le antenne della telefonia mobile si trascineranno dietro gli elettrodotti dell'Enel e gli impianti radiotelevisivi nella polemica sulla loro presunta pericolosità; ma, come ultime arrivate, diventano fatalmente epicentro dello scontro. Che si nutre di varie congiunture. La frammentazione della rappresentanza politica acuisce la ricerca di temi da spendere nella battaglia politica: la lotta contro l'inquinamento diventa indifferentemente il cavallo di battaglia della destra e della sinistra estreme, costringendo a loro volta i Verdi a difendere la loro primogenitura in materia, accentuando i caratteri fondamentalisti delle loro opzioni. Si mette in moto un circolo vizioso: la polemica contro l'inquinamento si giustifica con l'enfatizzazione del rischio e della paura che ne consegue. La lentezza e l'ambiguità del potere centrale nell'adempiere a formulare norme inequivoche e uniformi incoraggia (ammesso che ve ne fosse bisogno) le Regioni - sulle quali il problema era stato già scaricato negli anni Ottanta - a rivendicare il diritto a far da sé, sfidando anche su questo terreno il governo centrale. La loro elezione diretta spinge i sindaci ad assecondare ogni comitato cittadino che si formi più o meno spontaneamente contro questa e quell'antenna. Si può dire che per ogni impianto - e sono migliaia disseminati in tutto il Paese - c'è una contrattazione specifica.
Perché si arrivi a una qualche disciplina per le emissioni ad alta frequenza (radio, tv, telefonia mobile) bisognerà attendere che due enti competenti - l'Istituto superiore di sanità e l'Istituto per la sicurezza sui luoghi di lavoro - passino da una posizione diametralmente opposta sui possibili rischi connessi alle onde elettromagnetiche a una posizione comune, che si concretizza nella pubblicazione di un documento che reca la data del gennaio 1998. Ma sarà l'istituzione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e norme sui sistemi delle telecomunicazioni e radiotelevisivi - legge del 31 luglio 1997 - a disporre che i ministeri delle Comunicazioni, dell'Ambiente e della Sanità, ascoltati l'Istituto superiore di sanità e l'Agenzia nazionale per la prevenzione ambientale, e trascorsi 60 giorni, emanino i limiti di emissione di onde elettromagnetiche compatibili con la salute umana.
Il quadro che uscirà da questo tortuoso itinerario è di una confusione appena temperata dal fatto che va rafforzandosi l'idea che il legislatore debba dare un'indicazione univoca e che la paura si sconfigge fornendo agli amministratori e ai cittadini sistemi di controllo credibili, diffusi sull'intero territorio. È l'unico modo, del resto, per ripristinare una qualche sintonia tra l'Italia e il resto del mondo, in primo luogo l'Unione europea. In attesa di una legge quadro che regoli l'intero campo delle fonti emittenti, risale alla fine del 1998 (con efficacia dal gennaio 1999) il decreto 381 con il quale i tre ministeri chiamati in causa dalla legge istitutiva dell'Autorità fissano i limiti di esposizione per le emissioni degli apparati radiotelevisivi e di telecomunicazione. Il decreto stabilisce il limite di 20 volt/metro e indica un limite di 6 v/m come misura di cautela da perseguire per i luoghi adibiti a permanenze prolungate e comunque non inferiori alle quattro ore. Nello stesso 1998 l'Icnirp, organismo riconosciuto dall'Organizzazione mondiale della sanità, confermando una sua indicazione del 1986, fissa a 42 v/m il limite di emissione, limite fatto proprio il 12 luglio 1999 dal Consiglio dell'Unione europea con una raccomandazione rivolta agli Stati membri. Poiché è materia di raccomandazione e non di direttiva, il Consiglio non preclude agli Stati di varare normative più rigorose, facoltà della quale l'Italia si avvarrà ampiamente, ma segnala però l'opportunità di basarsi su di «un quadro normativo concordato, in modo da contribuire a garantire una protezione uniforme in tutta la Comunità». Nel 1999 gli Usa ribadiranno il limite di esposizione a 48 v/m , accogliendo le indicazioni dell'Ansi, organismo di ricerca statunitense. La formulazione del decreto si rivela ambigua e perforabile; né la situazione viene arginata dalle successive linee guida emanate con l'obiettivo di fornire un'interpretazione autentica del decreto 381 tale da garantire norme di protezione della salute uniformi e di porre un freno al «fai da te» che dilaga in tutto il Paese: dalle Regioni, ai Comuni, alle Province. È in questa rete a maglie larghe, sbrindellata, che passa di tutto: delibere, regolamenti e leggi le più discordanti e stravaganti; il conflitto tra Regioni e governo centrale, che porta alla bocciatura di numerosi provvedimenti regionali; una infinità di cause davanti ai Tar; una vera e propria via giudiziaria all'antenna che coinvolge tutto l'ordinamento, dai pretori alla Cassazione, con pronunciamenti di segno opposto. Forse si è toccato il fondo. Se così è si può sperare in un recupero di ragionevolezza, di assunzione di responsabilità, di capacità di fare regole del gioco certe e imparziali.
Antonio Zollo