
Non si tratta soltanto di imparare a usare i computer. Non si tratta soltanto di navigare in Internet. Non si tratta soltanto di usare le e-mail per comunicare con i cittadini, trasmettere idee e messaggi, formare le opinioni e raccogliere il consenso. Non si tratta soltanto di trasferire «in rete» pezzi importanti della vecchia organizzazione politica e partitica. Si tratta invece di capire il messaggio di fondo che la rivoluzione della new economy e della tecnologia dell'informazione e della comunicazione manda in modo «chiaro e forte» alla politica. E quel messaggio di fondo implica tre «trasparenze»: la «trasparenza ex-ante» delle regole del gioco, la «trasparenza nel durante» sui metodi operativi di gestione delle decisioni e la «trasparenza ex-post» sulla pubblicizzazione degli esiti finali delle politiche adottate. È infatti sempre più chiaro che il ruolo moderno di fare Stato e di fare politica in economia è più quello dell'arbitro che fissa regole ed è in grado di farle rispettare piuttosto che quello del giocatore in campo che, quando il risultato della partita non è di suo gradimento, tende poi a scatenare la rissa sul rettangolo di gioco e sugli spalti. Ebbene, il caso delle licenze Umts rappresenta una pagina significativa delle difficoltà, delle inerzie e delle resistenze che la politica economica italiana mostra di avere proprio nel capire e nell'adeguare la propria azione a quel triplice messaggio di fondo. Partiamo, innanzitutto, col ricordare che solo sei mesi fa la vendita delle licenze stava per avvenire nel silenzio generale a un prezzo di cinquecento miliardi ciascuna, cioè circa un decimo di quello a cui sono poi state vendute. Sono stati gli esiti dell'asta inglese, diffusi in tempo reale nel mondo in un apposito sito Internet, che hanno smascherato il pasticcio all'italiana che si andava cucinando da noi. Nel caso della licitazione privata, infatti, non vi sarebbe stata trasparenza «ex-post» sul perché le licenze sarebbero state assegnate a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. Se proprio un merito va trovato in tutta questa storia è quello del presidente Giuliano Amato che ha deciso di fare l'asta e alla fine ha comunque decuplicato il gettito rispetto a quanto si sarebbe ottenuto con il dissennato progetto di licitazione privata predisposto dall'Authority per le Telecomunicazioni e dal ministro Cardinale nel precedente governo D'Alema.
Occorre inoltre chiarire che l'esito in termini di incassi dell'asta, una volta selezionati i contendenti, non ha nessuna influenza sulle tariffe che andranno a pagare nel futuro gli utenti dell'Umts. È sbagliato infatti dire che, adesso, avendo pagato «poco» le licenze le imprese faranno tariffe più basse. È come nel caso dell'acquisto di un immobile: averlo pagato la metà del prezzo di mercato non spinge certo il compratore ad abbassare il livello degli affitti. Questo non vuol dire che le tariffe che dovremo pagare in futuro sui telefonini Umts non avrebbero potuto essere più basse se si fossero vendute in maniera «appropriata» le licenze ma solo che, una volta determinati i vincitori, le tariffe sono indipendenti da quanto pagato in asta.
Ma purtroppo le licenze sono state vendute in maniera «inappropriata» ed è qui che sta la misura della inadeguatezza della nostra politica economica. E non che non ci fossero stati importanti precedenti al riguardo. Pochi mesi fa l'asta olandese per le licenze Umts fu un flop completo: a fronte dei previsti 20 mila miliardi di incassi (l'Olanda è infatti paese piccolo con domanda più modesta che in Italia) entrò nelle casse dello Stato olandese un misero quarto (5 mila miliardi circa). Ma quello che è interessante di quest'asta in Olanda sono le ragioni del fallimento malgrado utilizzasse un meccanismo del tutto simile a quello inglese che raccolse in Gran Bretagna circa 75 mila miliardi. L'autore del meccanismo d'asta utilizzato in Olanda e nel Regno Unito, Paul Klemperer, fece notare (Financial Times del 26 luglio 2000) come in Olanda i potenziali entranti fecero alleanze prima dell'asta con le cinque società già assegnatarie di licenze Gsm, lasciando un solo esterno (VersaTel), piuttosto debole, a combattere con i rimanenti cinque. Dunque anche in Olanda ci furono in partenza cinque licenze e sei concorrenti. Questo è quello che è avvenuto in Italia, un copia carbone dell'esperienza olandese che poteva e doveva essere prevista. Quando il premio è alto e un solo concorrente è destinato a essere escluso dal premio aumenta in modo enorme l'interesse di ogni singolo concorrente a che vi sia un offerente che si presenti all'asta per poi ritirarsi alle prime battute. Basta fare quattro conti. La differenza tra il prezzo «italiano» di circa 26 mila miliardi di lire e il prezzo «inglese» di 75 mila miliardi (per cinque licenze in entrambi i casi) dimostra infatti che potenzialmente c'è stata la possibilità per i vincitori dell'asta di realizzare un «risparmio» di circa 50 mila miliardi. Di conseguenza, il mancato gettito dovuto al maldestro disegno dell'asta ha un ovvio perdente, il contribuente italiano. Adesso è infatti chiaro che i contribuenti dovranno ripagare decine di migliaia di miliardi in più di debito pubblico che invece avrebbe potuto essere abbondantemente ridotto da un migliore esito dell'asta.
Non è chiaro invece che il consumatore o utente esca sconfitto dall'esito dell'asta. La ragione principale per vendere all'asta le licenze era proprio quella di assegnarle in maniera efficiente a quelle aziende disposte a pagare di più perché, data la struttura di mercato, ritenevano di poter gestire il servizio a parità di qualità con più bassi costi e quindi a tariffe più basse o a parità di costi con migliore qualità. Non sappiamo se l'uscita prematura ma fino a prova contraria del tutto legittima del consorzio Blu - che ha prevenuto una vera e propria competizione tra contendenti volta a identificare i migliori gestori - abbia allocato ai consorzi meno efficienti le licenze. L'aver abbandonato così presto è sintomo di una debolezza progettuale che forse avrebbe portato a tariffe più alte per i consumatori. Comunque sia, meglio sarebbe stato avere avuto a disposizione un disegno d'asta che avesse fornito risposte meno equivoche a questo importantissimo punto.
C'è un altro perdente certo in tutto ciò ed è il governo e la sua gestione della vendita delle licenze. Tutta la vicenda dell'asta italiana dal suo prologo è stata caratterizzata da un'assoluta mancanza di chiarezza. Non va infatti dimenticata sia nell'esperienza del governo D'Alema che in quella del governo Amato, l'assoluta mancanza di trasparenza che ha contraddistinto ogni singolo passo delle decisioni governative al riguardo del metodo di vendita. Si è passati dalle assurde affermazioni della deliberazione dell'Authority per le Telecomunicazioni che alle riunioni e alle deliberazioni del Comitato dei ministri si applicano le «disposizioni sulla riservatezza delle riunioni e delle deliberazioni del Consiglio dei ministri» (sic!) ai silenzi della nuova compagine governativa sulla scelta del disegno ottimale d'asta che è stato fornito alla stampa «cotto e mangiato». Nel Regno Unito dal marzo 1998 il Gruppo consulente per l'asta Umts al governo britannico (Uacg) ha riunito periodicamente rappresentanti del governo, del mondo universitario (ma chi ha consigliato il governo Amato e cosa gli ha detto?) e dei maggiori gestori di telefonia per discutere l'assegnazione delle licenze. Tutte le minute degli incontri di Uacg nonché la maggior parte delle presentazioni portate in quegli incontri, assieme ai nominativi dei partecipanti e i loro commenti sono stati riportati in tempo reale in un apposito sito Internet. Quando manca la trasparenza «nel durante», cioè nella definizione del meccanismo di vendita, non ci si può poi scandalizzare della mancanza di trasparenza nell'esito d'asta.
Con un masochismo notevole il governo ha poi dichiarato di voler escutere la fideiussione del consorzio Blu di 4 mila miliardi versata per partecipare all'asta e, invertendo l'onere della prova, sembra voler richiedere che il consorzio dimostri lui la serietà delle sue intenzioni di partecipare in asta. Questo dopo che solo pochi giorni prima lo stesso governo aveva espresso un giudizio positivo sul consorzio Blu ammettendolo all'asta. Peggio di così non si poteva fare: se il governo ritiene che ci siano stati comportamenti scorretti fa bene a interessare l'istituzione competente e cioè l'Antitrust, ma nella certezza del diritto. Il rischio è che dopo aver mal disegnato l'asta si creino le premesse per disincentivare qualsiasi partecipazione ad aste future nel timore di essere ingiustificatamente penalizzati per aver solo partecipato all'asta. Il danno è ora fatto e ne pagheremo un prezzo alto: adesso tutti sanno che in Italia le regole sono fatte (male) per essere modificate «ex-post», confermando la scarsa trasparenza «ex-ante» nelle regole. Rischiamo allora di tornare al vecchio, comodo e non trasparente meccanismo della licitazione, per la gioia di coloro che l'avevano sempre perorato. Blu si pubblicizza dicendo di essere «un futuro che non c'era». La vicenda delle licenze Umts ci conferma purtroppo che in Italia trasparenza, concorrenza, mercato sono ancora «un futuro che non c'è».
Mario Baldassarri e Gustavo Piga