
Uno dei maestri del diritto pubblico francese del Ventesimo secolo evocava la sage lenteur dei poteri pubblici e, in particolare, dei Parlamenti, come rimedio alla confusione prodotta dalle interferenze pubbliche nell'economia. L'invocazione di Hauriou ritorna attuale oggi, perché il divario tra la velocità delle nuove tecnologie e i tempi degli interventi pubblici è divenuto ancor più forte di quello tra l'economia e lo Stato del Novecento. I punti critici dell'attuale situazione sono tre: i tempi lunghi di apprendimento e la debolezza progettuale dei poteri pubblici; l'attivismo legislativo dei riformisti; il circolo vizioso gestione pubblica-liberalizzazione-riregolazione. Il primo inconveniente dipende dal differenziale di velocità nell'apprendimento. Ogni nuova tecnologia, da quelle che intervengono sull'uomo a quelle delle comunicazioni, si sviluppa così rapidamente (è stato calcolato che quelle informatiche diventano obsolete in circa tre anni) che coloro che sono sul campo e gli utilizzatori riescono a star dietro a esse, mentre i poteri pubblici, con un cronico deficit conoscitivo, sono perennemente in ritardo. Il fenomeno è particolarmente evidente in Italia, per la debolezza strutturale dei poteri pubblici e per la loro incapacità progettuale, che viene rimpiazzata da un va e vieni di negoziati, negli uffici, nel governo, nel Parlamento. Negoziati nei quali i poteri pubblici sono la parte forte, perché hanno un potere di condizionamento; e, nello stesso tempo, la parte debole, perché sono ciechi, non disponendo di proprie strutture di riflessione. In Paesi dove i poteri pubblici sono altrettanto deboli (ad esempio, negli Stati Uniti), si ha almeno l'intelligenza di strutturare l'acquisizione pubblica delle conoscenze private, ordinandola in forme processuali, per cui i poteri pubblici si valgono delle conoscenze private ponendo le parti in contraddittorio. Ma a questo non si pensa neppure in Italia, accontentandosi i poteri pubblici della negoziazione privata e opaca.
Il secondo inconveniente è in solo apparente contraddizione con il primo e consiste nell'attivismo legislativo e normativo, in generale. Dopo anni di immobilismo gestionale e amministrativo, a questo è stata sostituita una frenetica produzione di leggi e atti amministrativi, sui campi più disparati. All'origine di tanto legiferare e regolare (le leggi, i decreti, le decisioni delle autorità indipendenti, eccetera) ci sono, innanzitutto, l'Unione europea e l'accelerazione avuta dall'integrazione negli anni Ottanta, che ha prodotto buoni e cattivi risultati. Uno di questi ultimi è la sovraproduzione di norme.
Ma la causa principale dell'attivismo normativo è lo scollamento tra Parlamento e amministrazione, tra normazione e gestione, tra grandi disegni e realtà concrete. Una classe dirigente (l'espressione, applicata all'Italia, è enfatica) formata nel mero dibattito politico, ma disattenta al mondo esterno, ha condotto a una paradossale situazione per cui coloro che sanno sono messi da parte e non parlano, o decidono e parlano, ed emanano editti coloro che non sanno. C'è, insomma, il lato negativo del riformismo (di cui pure c'è tanto bisogno), che spesso dimentica la battuta americana: if it ain't broke, don't fix it, e mette quindi le mani sia dove c'è bisogno, sia dove non c'è bisogno.
Il terzo inconveniente è il più grave, perché è un processo cumulativo. In molti settori dove sono all'opera nuove tecnologie, il vecchio regime della gestione pubblica o della riserva d'azione pubblica è stato sostituito dalle liberalizzazioni. Queste comportano un minimo di regolazione, nella fase iniziale, per assicurare l'entrata di nuovi operatori salvo, poi, rimettere tutto alla concorrenza (tranne la tutela pubblica del mercato). Ma le autorità di regolazione hanno un vested interest a far sopravvivere la regolazione, ad ampliarla e, alla fine, a sopravvivere esse stesse, ampliando i propri poteri. Ne deriva un paradosso sempre più evidente: prima c'era un solo operatore sotto controllo pubblico e una mano pubblica invadenti; ora vi sono più operatori, ma così condizionati, regolati, guidati da una rete di regolatori e di regolazioni, che ci si può chiedere se il peso complessivo dello Stato sia maggiore oggi di quanto non lo fosse ieri.
Inoltre, tra livello nazionale e sede comunitaria c'è un nesso molto stretto, per cui i regolamenti delle due parti si rinforzano reciprocamente. E a questo si aggiunge la miopia dei regolati, spesso inconsapevoli del peso delle loro domande alle autorità e incapaci di sbrigarsela da soli. Per cui le loro domande finiscono per rafforzare l'intermediazione regolatoria, che finisce per limitarne l'autonomia e la libertà di scelta. Poche ricette liberiste non bastano per uscire da questa situazione di impasse. Il programma e la riflessione liberiste, infatti, non hanno ancora ponderato a sufficienza sull'impasto velenoso delle tre componenti indicate, le difficoltà di apprendimento dei poteri pubblici, il loro attivismo normativo, la fenice regolatoria.
Sabino Cassese