vai

 

 

 Archivio libri

archivio_libri
vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

foto9

foto9

Read More

foto10

foto10

Read More

foto11

foto11

Read More

foto12

foto12

Read More

foto13

foto13

Read More

foto14

foto14

Read More

foto15

foto15

Read More

foto16

foto16

Read More

foto17

foto17

Read More

foto18

foto18

Read More

foto19

foto19

Read More

foto20

foto20

Read More

foto21

foto21

Read More

foto22

foto22

Read More

Un’antica utopia si fa strada

RISK
di Renzo Foa
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

Torna al sommario
risk2 Se l’Europa in via di costruzione può essere davvero quella che Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi descrissero nel Manifesto di Ventotene - cioè quel grande spazio di democrazia e di innovazione politica, sociale e culturale destinato a cancellare l’era dei totalitarismi - è davvero difficile non vedervi un posto per la Russia. Il percorso può essere lento. La prospettiva può essere ancora lontana, di fronte a una realtà dell’Unione che è la combinazione complicata di interessi diversi - statali, economici e finanziari. L’impresa può perfino apparire titanica, quando si pensa alla sproporzione geografica o ai condizionamenti della geopolitica. Ma nella storia seguita al 1989 e al successivo crollo dell’Urss, tutto ha portato a vedere in questa chiave la condizione essenziale della democratizzazione e della modernizzazione russe. Senza la sponda europea, la transizione avviata da Boris Eltsin si sarebbe probabilmente arenata nelle paludi delle nostalgie imperiali e la stessa politica di Vladimir Putin non sarebbe approdata, con l’11 settembre, alla decisa scelta occidentale. In altre parole, quella che per mezzo secolo è stata un’utopia si sta facendo strada. Non si tratta solo della visione dell’Europa «dall’Atlantico agli Urali» che pure spesso è rimbalzata nel dibattito politico, alimentata ora da visioni nazionalistiche, come in Charles De Gaulle, ora da illusioni terzaforzistiche, come in Enrico Berlinguer, ora da speranze riformatrici, come in Gorbaciov. Si tratta di qualcosa di più: della risposta alla domanda se la fine dell’era dei totalitarismi può vedere nella democrazia uno strumento di unità globale. Rapido, se valutato nei tempi della storia, è stato il ritorno nella «casa comune» di quegli Stati e di quelle nazioni che Yalta aveva estirpato dal continente, cancellandone il centro e proponendo quell’innaturale concetto di Est che, tra l’altro, non ha retto a nessuna prova. Senza l’intensità dell’adesione alla libertà di società intere, come la polacca, l’ungherese, la ceca, non sarebbe sembrato un processo naturale ciò che è stato definito «l’allargamento dell’Unione», ma che in realtà è stata una riunificazione, la ricomposizione di una frattura. I cui atti formali, per di più, hanno seguito e non preceduto ciò che avveniva sul piano politico, culturale e sociale. La stessa Russia è già oggi molto più europea di quanto non dicano gli atti notarili degli accordi e delle convenzioni diplomatiche. Le ultime tentazioni imperiali, nella contrapposizione alla Nato, si sono consumate nell’inutile blitz di Pristina, alla fine della guerra del Kosovo e sono state cancellate dall’accordo di Pratica di Mare.
La proiezione asiatica ha perso gran parte della sua storica potenza di fronte al boom cinese e alla presenza americana in Afghanistan e Iraq. Lo stesso triangolo, costruito con Chirac e con Schroeder, appare più come una presenza «interna» alla divaricazione inter-occidentale che come il tentativo di riguadagnare il potere globale ormai smarrito. E la flessibilità dei rapporti con Bush, con Blair e con Berlusconi sottolinea ancor più il fatto che oggi la scelta di Putin è quella di ancorare la trasformazione russa ai partner dell’Ovest. È un processo lento, contrastato, spesso tortuoso, che risente non solo del peso della lunga storia che ha collocato la Russia, sia quella zarista che quella sovietica, lungo una linea di frontiera, ma anche di tutte le difficoltà di coniugare democratizzazione e modernizzazione. Ma è un processo in corso, la cui portata va ben al di là di quello che può essere in futuro il rapporto formale dell’Unione con Mosca. E che può essere sostenuto in modo decisivo anche con la scommessa, di cui ha tante volte parlato lo stesso Berlusconi, mettendo in discussione l’eccesso di realismo che domina a Bruxelles. Le pagine che proponiamo in questo dossier sono l’inizio di una riflessione che certamente segnerà il prossimo decennio. Qui sta la responsabilità che ha chi lavora per tenere aperta questa porta. Come incoraggiare, anche sul piano politico e non solo su quello economico e finanziario, la svolta russa? Parlando poi della maggiore questione aperta, come premere per aiutare una ricomposizione in Cecenia, distinguendo fino in fondo tra le frange che sono affondate nella «guerra santa» islamista e gli indipendentisti di Maskhadov? Ecco due domande, a cui troppo a lungo sono state date risposte sbagliate, quelle delle «mani libere» e delle quali occorre preoccuparsi fino in fondo. Non solo per questioni di principio, ma proprio perché quel mondo, la Russia del 2000, appare sempre più non un confine ma una parte dell’Europa e dell’Occidente.