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Colloqui di Venezia 2008

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Comitato Difesa Duemila
Il Comitato Difesa Duemila è stato costituito all’inizio del 2002 con lo scopo di contribuire ad un approfondimento del dibattito sui temi della sicurezza e della difesa in un’ottica europea e transatlantica.

Il Comitato è coordinato dal prof. Michele Nones ed è formato da: on. Ferdinando Adornato, gen. Mario Arpino, gen. Gianni Botondi, gen. Vincenzo Camporini, gen. Giulio Fraticelli, gen. Carlo Jean, amb. Alessandro Minuto Rizzo, dott. Andrea Nativi, sen. Luigi Ramponi, amm. Ferdinando Sanfelice, prof. Stefano Silvestri, amm. Guido Venturoni. Il segretario è il dr. Alessandro Marrone.  

L’obiettivo è quello di elaborare ogni anno un policy-paper da sottoporre alle classi dirigenti del paese allo scopo di creare un’occasione regolare di confronto, per evidenziare quelle che sono ritenute le principali priorità in questo campo. I Rapporti sono stati presentati e discussi in occasione dei Colloqui di Venezia che la Fondazione Liberal ha organizzato annualmente a Venezia. Dal 2008 la presentazione del Rapporto avviene a Roma.

Il primo documento era intitolato: “Ci sentiamo in guerra?” (Colloqui di Venezia, 22-23 novembre 2002). Si sosteneva che sullo  sfondo del rapporto transatlantico restasse una domanda alla quale né in Italia, né in Europa fosse stata data una precisa risposta e che ciò rischiasse di aprire una frattura nella lunga collaborazione che aveva caratterizzato gli ultimi cinquant’anni. Ci si domandava: fino a che punto gli europei si sentono realmente in guerra contro il terrorismo e contro quanti, direttamente o indirettamente, lo sostengono?
Il secondo anno, nel 2003, il Rapporto era dedicato a “Una nuova alleanza strategica Europa - Stati Uniti” (Colloqui di Venezia, 14-15 novembre 2003). La comunità euro-atlantica condivide un comune destino e visione delle questioni internazionali e la coesione transatlantica resta un insostituibile fattore di stabilizzazione e di sicurezza.  Di qui la necessità di una nuova collaborazione fra le due sponde dell’Atlantico attraverso un rilancio della NATO e, insieme, l’assunzione di una nuova responsabilità collettiva da parte dei paesi europei.

Il terzo anno, nel 2004, il documento era dedicato a “La pace asimmetrica” (Colloqui di Venezia, 19-20 novembre 2004), sottintendendo la necessità di preparare il mondo occidentale alla necessità di dover convivere con una nuova concezione della pace altrettanto multiforme quanto in fondo lo è la “guerra asimmetrica” che si sta cercando di vincere. Veniva, in particolare, indicato come nel nuovo scenario strategico uno dei maggiori problemi sia la gestione post-conflitto.

Il quarto Rapporto, nel 2005, era intitolato “L’Occidente sotto attacco” (Colloqui di Venezia, 18-19 novembre 2005) e puntava a richiamare l’attenzione sul, vero obiettivo del terrorismo islamico e sulla necessità di costruire un’adeguata strategia internazionale in grado di contrastare la nuova minaccia. Il rapporto esaminava le caratteristiche del nuovo terrorismo e indicava la necessità di muoversi su diversi fronti, dalla preparazione dell’opinione pubblica al rafforzamento delle capacità preventive e repressive, sempre nel quadro del rafforzamento del sistema politico che è alla base dello sviluppo dell’Occidente.  

Il  quinto Rapporto, nel 2006, era dedicato a “Un Mediterraneo più sicuro” (Colloqui di Venezia, 17-18 novembre 2006). Veniva sottolineato come, mentre il Mediterraneo sia sempre rimasto al centro dell’attenzione dell’Italia, solo negli ultimi anni sia diventato anche un elemento essenziale della politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea e della Nato. Il rapporto ha esaminato il quadro delle minacce generali e particolari che sono presenti  in quest’area e le iniziative internazionali e nazionali dedicate alla sua stabilizzazione e al suo sviluppo economico, sociale e politico in una cornice di sicurezza.

Il sesto rapporto, nel 2007, è stato dedicato a “Quali missioni internazionali per le Forze Armate italiane?” (Colloqui di Venezia, 16-17 novembre 2007). Nonostante l’instabilità del nostro quadro politico e la presenza di un’area non trascurabile di opposizione ideologica ad ogni intervento militare, l’Italia ha assicurato nell’ultimo ventennio un contributo importante alla sicurezza internazionale. Siamo passati da una partecipazione limitata nel tempo a singole operazioni ad una significativa e costante presenza in più teatri operativi, con ormai 10000 uomini regolarmente presenti nei più diversi angoli del mondo. Questo impegno ha comportato ingenti investimenti e una radicale trasformazione delle nostre Forze Armate, che è tuttora in corso, ma ha contribuito a migliorare la nostra immagine internazionale, contrastando una perdita di prestigio che sarebbe stata, altrimenti, inarrestabile.

Il settimo Rapporto, nel 2008, è stato dedicato a “Che cosa significa vincere in Afghanistan?” (CASD, Roma, 18 novembre 2008 e Colloqui di Venezia, 21-22 novembre 2008). Nelle discussioni sull’Afghanistan l’attenzione è stata fino ad ora concentrata sul “perché bisogna vincere”, mentre molto raramente ci si è, invece, domandati “cosa significa vincere”. Tutte le organizzazioni chiave del sistema internazionale (Nazioni Unite, Nato, Unione Europea) sono direttamente impegnate in Afghanistan: un fallimento avrebbe quindi conseguenze gravissime sulla loro credibilità e su quella di tutti i paesi occidentali. In quel lontano e sperduto paese si gioca, quindi, una delle partite più importanti per ricostruire un’accettabile stabilità dello scenario strategico. L’analisi ha toccato diversi importanti aspetti del problema afgano delineandone le principali caratteristiche politiche, sociali, etniche, anche con riferimento alla sua storia recente, e militari. Il problema è stato inquadrato nel contesto regionale, approfondendo in particolare la questione del “grande vicino” il Pakistan, e quella degli altri stati che vi gravitano attorno.

L’ottavo Rapporto, nel 2009, è stato dedicato a “Dove va la NATO?” (CASD, Roma, 14 dicembre 2009). L’approfondimento si è sviluppato nel quadro della riflessione internazionale in corso, anche in occasione del 60° anniversario della NATO, e mentre resta aperto il problema afgano, a cui il futuro della NATO è ormai indissolubilmente legato. Il Rapporto ha cercato di offrire un ulteriore contributo italiano al dibattito in corso, focalizzando l’attenzione sugli interessi nazionali che dovrebbero essere perseguiti all’interno del processo di trasformazione della NATO. E’ un processo le cui base sono state gettate proprio a Roma nel summit del novembre 1991 che ha approvato il nuovo Concetto Strategico. Il rapporto ha toccato questi aspetto: l’Afghanistan e il contesto internazionale; le quattro opzioni per la NATO; la sicurezza energetica; le capacità militari e la deterrenza nucleare. Nelle conclusioni è stato evidenziato che, nel formulare il Nuovo Concetto Strategico, bisognerà individuare ruoli e compiti che possano essere effettivamente svolti dalla NATO nella prospettiva del rafforzamento della collaborazione transatlantica. Questo comporta un nuovo equilibrio fra un accresciuto impegno militare europeo e un accresciuto approccio multilaterale americano che contribuisca a consolidare un forte consenso tra gli alleati sulle due sponde dell’Atlantico.
 

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